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Come sempre un bentrovati a tutti coloro che sono sintonizzati con Radio Mater in questo Primo maggio in cui si celebra la Festa del lavoro, come pure si festeggia san Giuseppe lavoratore e anche l’inizio del mese di maggio dedicato alla venerazione della sposa di san Giuseppe, Maria di Nazareth.

Oggi le persone sono in festa per il lavoro, ma guardando alla situazione attuale, non solo italiana, verrebbe da dire che c'è poco da festeggiare, in modo particolare per le persone più vulnerabili e fra queste le persone con disabilità e anche i lavoratori precari.

Anche i vescovi italiani in questa circostanza hanno invitato noi cristiani a guardare con sempre maggior attenzione al «capitale umano al servizio del lavoro».  Papa Francesco in quattro aggettivi ha sintetizzato la fisionomia del lavoro che dev’essere: libero, creativo, partecipativo e solidale e sviluppato in un percorso che coinvolge i credenti e le parti sociali a promuovere innovazione e progresso scientifico in modo da offrire una gamma sempre più vasta di beni e di beni qualificati, ma anche promuovere un’equa distribuzione delle risorse, così da favorire l’inclusione di chi viene ‘scartato’, di tutelare l’ambiente e difendere il lavoro con la sua dignità.

Il Documento dei vescovi italiani sottolinea l’importanza del rapporto tra «le macchine intelligenti e le nuove opportunità d’interazione tra le stesse e con gli esseri umani aumenteranno sempre più la nostra capacità di fare e modificheranno la nostra capacità di agire». Insieme al richiamo alla importanza dell’istruzione e formazione di tutti i lavoratori nella ricerca di soluzioni e strumenti che umanizzino il lavoro. 

Il documento dei vescovi italiani sottolinea un altro elemento: quella capacità di cooperare e fare. «Un compito irrinunciabile e sempre più delicato sarà quello di inclusione degli scartati e dei più deboli. Sapendo che la soluzione non potrà essere quella di una mera erogazione monetaria come quella del sussidio di cittadinanza, poiché la dignità della persona passa attraverso la sua capacità di essersi utile e di contribuire al progresso sociale e civile». «Il vero tesoro di una comunità (e quindi del nostro Paese) e la garanzia per il suo futuro – concludono i vescovi– è la somma delle fatiche e delle competenze, dell’impegno a contribuire al progresso civile facendo squadra solidale con i problemi dei propri concittadini.

Se sapremo preservare ed arricchire questo tesoro riusciremo anche a vincere la sfida della dignità del lavoro di oggi e del futuro».

Chiude il messaggio dei vescovi con questa esortazione: «Solo superando la carestia di speranza puntando su fiducia, accoglienza e innovazione e non chiudendosi nella sterilità della paura e nel conflitto, solo comprendendo che l’altro non è colui che mi contende una ricchezza data ma è un dono e un’occasione per costruire una torta più grande, solo dando dignità a ogni lavoro, il benessere economico e sociale sarà diffuso all’intera comunità».

Stacco musicale

All’inizio di questo mese di maggio, vogliamo visitare i sentimenti di Maria riguardati il suo futuro.

Maria, dopo l'annuncio dell'Angelo, nella sua memoria avrà ripercorso i secoli passati per leggere nelle profezie e negli avvenimenti del suo popolo un appiglio per tranquillizzare il suo animo.

Con un'ombra di timore le sarà ritornato alla mente la vicenda di Agar.

Conoscendo la storia di Agar, valutando l'inaudita grandezza del mistero annunziato dall'Angelo, pensando alle condizione religiose e civili in cui la donna del suo tempo viveva, avrebbe potuto pensare che, come fece Abramo con Agar, che anche Giuseppe poteva fare altrettanto, anzi, con ragioni ancora più plausibili: quel figlio che Maria portava in grembo, a differenza di Ismaele per Agar, quel figlio non era uscito dai suoi lombi, del suo promesso sposo Giuseppe.

Ma Giuseppe anticipava la rivoluzione che quella creatura, custodita nel grembo di Maria, avrebbe portato al mondo la salvezza. Non un'osservanza da schiavi ma da figli che sanno abitare il cuore stesso della legge.

«Come uomo Giuseppe si sarà angustiato dicendo: non voglio osservare alla lettera la legge, ma, invece, coglierne l'anima». E così fece. Sappiamo che nella Bibbia chi genera è l'uomo, mentre la donna partorisce. «L'uomo mette il seme, la sua primizia, mette tutto sé stesso per dire "Tu, figlio, sarai la mia memoria, da cui avrò l'immortalità"».

Nella Bibbia la prima scintilla di immortalità traspare all’orizzonte una luce, consegnata alla nostra storia con la nascita di un proprio figlio maschio.

Nella tradizione ebraica, «un uomo senza figli è il più infelice degli uomini, perché il suo nome è inghiottito dall'oblio: è senza futuro».

Isacco è la vita che dura per Giacobbe. Giacobbe è la vita che dura per Abramo.

Stacco musicale dedicato alla vergine

(Un’Ave Maria  classica  Schubert  o Gounod o altra)

La nostra trasmissione ha per titolo: “ Un’ra di spiritualità in compagnia di san Giuseppe)

Caro San Giuseppe, ora vogliamo riflettere e pregare te e con te.

Oggi è un giorno assai importante, iniziamo il mese di maggio che l’antica tradizione l’ha dedicato alla tua dolce sposa, Maria, anche se il primo giorno di maggio è consacrato anche alla tua memoria, perché lavoratore artigiano e anche per il tuo impegno di assistenza nel proteggere la fatica del nostro mestiere di vivere e vivere in modo onesto.

Vogliamo ritagliare un piccolo spazio da dedicare alla tua vita di lavoratore perbene, invocato e benedetto come patrono e modello dei lavoratori; soprattutto vogliamo esprimere la nostra fiducia in te e chiederti la perseveranza nella nostra vita di fede animata da grande ed intramontabile speranza.

Stiamo vivendo un momento assai drammatico nel mondo del lavoro. Da quando l’avidità del guadagno facile ha preso il sopravvento sulla produttività, il dio mammona, il denaro, che il tuo figlio Gesù ha collocato tra i nemici del Dio vero, il rapporto tra le persone è diventato sempre più conflittuale. Inoltre, oggi, a questo fenomeno dell’avidità e dell’accaparramento, a rendere più difficile la vita si aggiunge anche la scarsità del lavoro, per questo, ti preghiamo di aiutarci non solo a trovare il modo di procurarci con serenità il necessario per il sostentamento della vita quotidiana, ma a recuperare quel sussulto di spiritualità che ci permette di guardare allo scopo della nostra esistenza su questa terra.

L’eco della tua esistenza e della sua protezione solidale sono arrivare a noi con il profumo della resina, caratteristica della bottega di un falegname che con fatica, sudore e nella semplicità del paesino di Nazareth ha guadagnato il pane per la tua famigliola.

Il tuo laboratorio era modesto, semplice, una bottega, in un ambiente che viveva di agricoltura e di pastorizia. Case semplici, attrezzi di lavoro rudimentali.

Nella tua attività hai trovato la tua missione, il sostentamento per vivere e la tua realizzazione come persona in un rapporto di amore con la tua singolare e speciale famiglia.

Il titolo onorifico con cui l’evangelo ti definisce è quello di uomo “giusto”. Questa «giustizia» non era solo quella di non essere in debito con nessuno, ma l’essere «uomo giusto», scrigno delle qualità più alte di un uomo che sa declinare tutte le sue azioni e i suoi sentimenti sulla scala della fedeltà ai valori che porta nell’anima.

La festa del lavoro e la figura di san Giuseppe ci fanno scoprire anche la dignità del lavoro che serve a creare armonia nel creato.

Il lavoro, soprattutto come è stato da te vissuto insieme a Gesù a Nazareth, mi piace paragonarlo a una foglia attraversata dalla luce del sole. Una foglia vista in controluce ci permette di vedere un reticolo di nervature e un tessuto connettivo che dà corpo e consistenza alla foglia stessa.

 Per ogni essere umano il lavoro fornisce il senso della fatica.

Il lavoro senza una motivazione nobile diventa una schiavitù.

 Nelle prime pagine della Bibbia leggiamo che Dio ha consegnato ad Adamo ed Eva la custodia del creato affinché tutto fosse al servizio dell’uomo.

Nel laboratorio della tua casa a Nazareth si coltivava la dignità del lavoro.

La tua famiglia a Nazareth si faceva scuola di vita anche per il lavoro.

Proprio 55 anni fa Paolo VI, pellegrino a Nazareth, diceva che la tua casa era una scuola di vissuto evangelico.

Infatti, a Nazareth s’imparava a osservare, ad ascoltare, a meditare e a penetrare il significato profondo delle cose.

In quella circostanza, Paolo VI esprimeva il desiderio di poter diventare fanciullo per mettersi all’umile scuola della famiglia di Nazareth.

Certamente pensando a te, o amato san Giuseppe, diceva che la prima cosa che la tua casa ci insegna è il silenzio, che non assenza di parole, mutismo ma fedeltà agli impegni. Allora lasciamoci accarrezzare dalla musica.

Stacco musicale

 Tu caro san Giuseppe hai la dignità di essere l’ombra del Padre.

Le tue qualità umane sono intrise di divinità, poiché tu sei il riflesso fedele del Padre che ti ha assegnato il compito di educare Gesù al mestiere del vivere umano e per questo dice l’evangelo che «Gesù a Nazareth cresceva in età e grazia davanti a Dio e agli uomini».

Lo scorso anno è stato canonizzato Paolo VI, stella luminosa nel firmamento della Chiesa, allora mi piace citarlo nuovamente in quel discorso pronunciato il 4 gennaio 1964 al tuo paese, o caro san Giuseppe.  Papa Montini   in quella circostanza diceva: «Tre volte nel Vangelo si parla di colloqui di un angelo con Giuseppe nel sonno».  Paolo VI allora si interrogava chiedendosi: «Che cosa vogliono dire questi colloqui? - rispondeva - Significano che Giuseppe era guidato, consigliato nell’intimo dal messaggero celeste. Aveva un dettato della volontà di Dio che si anteponeva alle sue azioni: e, quindi, il suo comportamento ordinario era mosso da un arcano dialogo che indicava il da farsi: “Giuseppe, non temere; fa’ questo; vai, parti, ritorna!”».

Che cosa allora scorgiamo nel nostro caro e amato personaggio, san Giuseppe? Vediamo una stupenda docilità, una prontezza eccezionale di obbedienza ed esecuzione. Egli non discute, non esita, non adduce diritti o aspirazioni. Lancia se stesso nell’ossequio alla parola a lui detta; sa che la sua vita si svolgerà come un dramma, che però si trasfigura a un livello di purezza e sublimità straordinarie: ben al di sopra d’ogni attesa o calcolo umano».

Il tuo essere «uomo giusto» ha riempito la sfera della tua attività umana. La tua esistenza non è stata facile, fu una sfida costante come la vita di tanti di noi. Tu l’hai vissuta sino in fondo, non ti sei fatto cadere le braccia davanti alle difficoltà. Con il tuo esempio anche oggi ci insegni che la nostra fede non può esistere solo nelle pratiche dalla preghiera o nell’osservanza dei comandamenti e dei precetti, ma ha la possibilità di offrire sapore di eternità a tutti gli atti, modellando al pensiero di Dio tutte le vicende della nostra vita.

Tu ci insegni che la nostra esistenza non è l’usufrutto di una rendita, ma un mandato; un compito, un impegno, non un gioco al quale possiamo non partecipare. Dio ha scommesso sulla nostra vita e la nostra santità consiste nell'assecondare la volontà del Padre.

Osservando la filigrana della tua vicenda umana, o caro e amato San Giuseppe, scopriamo la tua consistente attenzione ai piani di Dio.  Lo si vede dalla tua obbedienza, la tua prontezza nell’adempiere le ispirazioni che il piano di Dio si stava srotolando davanti ai tuoi occhi.

Prima di agire ti sei sempre soffermato a pesare sulla bilancia di Dio i risultati delle tue azioni.

Stacco musicale

Il tuo modo di comportarti, o Giuseppe, ci insegna che, salendo i gradini della scala per eseguire la della volontà del Padre, sei entrato in un’intimità divina sempre più grande. Coltivando in modo stupendamente fiducioso il tuo amore verso la tua amata fidanzata, Maria, l’hai aiutata a portare con maggior confidenza e fiducia il grande mistero che si era impadronito della sua stessa vita. 

Sono convinto che non ti sei chiuso in una vita intimistica, nel recinto del privato, ma ti sei aperto ad aiutare le famiglie povere di Nazareth e così sei diventato specchio dell’amore di Dio.

Tu o caro San Giuseppe, ci insegni che quando la vita è una risposta fiduciosa a un desiderio d’amore che viene dall’Alto, anche la stessa morte non è altro che fare un ritorno a casa.

Ti chiediamo di aiutarci a ordire i fili della nostra esistenza; eseguire un tessuto in cui s’intrecciano i fili del vivere quotidiano in modo da creare l’arazzo, quel ricamo di immortalità da godere accanto a Dio-Padre, al Figlio Gesù e allo Spirito Santo datore di ogni bene nel mondo.

Caro e saggio San Giuseppe, ottienici dalla bontà di Dio la convinzione che noi stiamo vivendo questa stagione della storia, non tanto per inventare cose straordinarie, ma per coltivare e vivere esempi e testimonianze in grado di suscitare risorse costantemente nuove sia nella Chiesa sia nella società purtroppo orfana di valori.

Preghiera  san Giuseppe dormiente.

Un breve stacco musicale

 

Nella Bibbia il libro del Qohèlet è uno scrigno di saggezza. Qohèlet è un volto umano che si fa parola e parole che, a loro volta, si fanno creature viventi e protagoniste di una storia. Qohèlet è un predicatore che dà risposte, ma soprattutto è un personaggio che sa fare domande, come, ad esempio, quando si interroga, chiedendosi: «Quale profitto c’è per l’uomo in tutta la sua fatica e in tutto l’affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole?».

Fatica e affanno sembrano costituire l’ossatura dell’esistenza umana. Dopo la parentesi paradisiaca del giardino dell’Eden, per Adamo ed Eva lo scenario dell’esistenza è segnato dalla fatica e dal lavoro. Nel ciclo della creazione ben sei giorni sono occupati dal lavoro del “fare” di Dio per rendere abitabile la stanza dell’uomo. Tanto lavoro da parte di Dio: un capolavoro destinato a «un giorno senza tramonto» affinché il Creatore possa compiacersi, scrivendo il poema della creazione e coniugandolo con l’alfabeto della creazione. Le regole grammaticali per questo poema erano scritte con il sudore della fronte e dalla sofferta fantasia creatrice dell’uomo.

Ho trovato questa citazione attribuita a san Francesco il quale diceva: «Chi lavora con le sue mani è un lavoratore. Chi lavora con le sue mani e la sua testa è un artigiano. Chi lavora con le sue mani e la sua testa ed il suo cuore è un artista».

Da subito nelle pagine delle genesi l’uomo è chiamato ad essere artigiano con l’incarico di dare il nome alla realtà vivente. 

Abele diventa l’artista del creato e poeta della lode a Dio, perché a differenza di Caino che si fa artigiano dei metalli. Il primo martire dell’invidia e dell’odio, Abele, attraversa la natura con il cuore e la rende inno di benedizione alla bontà divina. 

Nella trama della storia del popolo d’Israele la sapienza divina esalta le professioni «dipinge a colori vivaci i giorni e le opere del lavoratore, combatte l’ozio, tutela il diritto al riposo».

Nella tradizione ebraica era obbligatorio un periodo di apprendistato per acquisire una professione lavorativa come fonte di sostegno.

San Paolo in una sua lettera denuncia a che i “lazzaroni” non hanno diritto di mangiare.

Il lavoro è una componente fondamentale della vita umana, Il lavoro ha segnato da sempre il cammino dell’umanità e quella di ogni singolo individuo.

Per far giungere il suo figlio Gesù nella nostra storia, per dargli una paternità legale, Dio è passato nelle mani incallite di un lavoratore come Giuseppe.  Gesù a Nazareth, infatti, era conosciuto come il garzone di bottega, era «il figlio del carpentiere».

Per il giovane Gesù la casa di Nazareth era diventata un laboratorio di umanità, una scuola di lavoro come partecipazione all’opera creatrice di quel «Padre che sta nei cieli».

Dalla rivoluzione industriale della fine dell’Ottocento la Chiesa è stata costantemente presente alle problematiche del lavoro. 

Da Leone XIII a papa Francesco il ruolo esemplare di san Giuseppe vive   nell’onesta laboriosità. 

Non dobbiamo dimenticare come afferma San Giovanni Paolo II che nell’Evangelo «il lavoro umano e in particolare il lavoro manuale trova un accento speciale. […] Grazie al banco di lavoro presso il quale esercitava il suo mestiere insieme a Gesù, Giuseppe avvicinò il lavoro al mistero della redenzione».  

«Gesù ha lavorato con mani da uomo» per aprire la strada della redenzione dell’umanità intera attraverso il lavoro come contributo al benessere dell’umanità. 

Dobbiamo invocare l’aiuto di san Giuseppe affinché sviluppi la fantasia umana per aprire nuove strada lavorative e permettere a tutti di guardare al futuro con speranza, così recuperare benessere e dignità, perché una persona senza lavoro è persona dimezzata.

E desideriamo che san Giuseppe ci aiuti ad acquisire un senso di responsabilità simile all’invito che Martin Luther King rivolgeva alla folla dei suoi amici e compagni di lotta pacifica per la conquista dei diritti.

Martin Luther king non chiedeva solo ai suoi avversari di cambiare, ma esigeva innanzitutto da se stesso e dai suoi di vivere in prima persona quanto predicavano, secondo lo spirito del Vangelo.

In un discorso pronunciato appena un anno prima della morte M.L. King proclamò: «Se vi toccasse di fare gli spazzini, dovreste andare e spazzare le strade nello stesso modo in cui Michelangelo dipingeva le sue figure (nella Cappella Sostina); dovreste spazzare le strade come Handel e Beethoven componevano la loro musica. Dovreste spazzarle nello stesso modo in cui Shakespeare scriveva le sue poesie. Dovreste insomma spazzarle talmente bene da far fermare tutti gli abitanti del cielo e della terra per dire: “Qui ha vissuto un grande spazzino che ha svolto bene il suo compito”».

Stacco musicale

San Giuseppe, patrono dei lavoratori

Nella piccola azienda di Nazareth San Giuseppe sapeva che gli strumenti del suo lavoro erano gli utensili di un artista che aiutava Dio a rendere migliore e più bello il mondo.

Mediante il lavoro l’uomo collabora con Dio nel portare a termine la creazione. Lo riferisce una delle prime pagine della Bibbia. Dopo aver creato il mondo, Dio comanda all’uomo e alla donna: “Riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo…” (Genesi 1,8). Soggiogare la terra vuol dire prendere possesso dell’ambiente e governarlo, rispettando l’ordine posto in esso dal Creatore e sviluppandolo a proprio vantaggio.

Per soddisfare i bisogni propri, della famiglia e della società. In questo consiste l’impresa della scienza e del lavoro per umanizzare il mondo, al fine di farne la dimora dell’uomo, una casa di giustizia, di libertà e di pace per tutti.

Quando Dio ha creato il mondo, non lo ha creato compiuto: la creazione non è finita. L’uomo ha preso possesso lentamente della terra, forgiandola, adattandola alle sue esigenze, sviluppando le potenzialità del creato per il suo bene e per la gloria di Dio. In modo particolare oggi stiamo assistendo a trasformazioni impensabili fino a pochi decenni fa. Non siamo però padroni del creato. Dobbiamo collaborare con Dio nel portarlo a compimento, rispettando la natura e le leggi insite in essa. Dio ci ha affidato il creato, perché potessimo custodirlo e perfezionarlo, non per sfruttarlo e manipolarlo a nostro piacimento. Ci ricorda ancora il libro della Genesi: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (2,15). Il lavoro – vissuto in condizioni rispettose della giustizia e della dignità umana, oltre che dell’ambiente affidatoci dal Creatore – è la via in cui l’uomo realizza questo compito come avvenne anche tra Giuseppe e Maria.

 

Preghiera di Papa Paolo VI a San Giuseppe

O S. Giuseppe, Patrono della Chiesa,

Tu che accanto al Verbo incarnato lavorasti ogni

giorno per guadagnare il pane, traendo da Lui la

forza di vivere e faticare;

Tu che hai provato l'ansia del domani, l'amarezza

della povertà, la precarietà del lavoro;

Tu che irradi oggi l'esempio della tua figura, umile

davanti agli uomini, ma grandissima davanti a

Dio; guarda alla immensa famiglia che Ti è affidata.

Benedici la Chiesa, sospingendola sempre più sulle

vie della fedeltà evangelica; proteggi i lavoratori

nella loro dura esistenza quotidiana, difendendoli

dallo scoraggiamento, dalla rivolta negatrice, come

dalle tentazioni dell'edonismo; prega per i poveri,

che continuano in terra la povertà di Cristo, susci-

tando per essi le continue provvidenze dei loro fratelli

più dotati; e custodisci la pace nel mondo,

quella pace che sola può garantire lo sviluppo dei

popoli e il pieno compimento delle umane speranze:

per il bene dell'umanità, per la missione

della Chiesa, per la gloria della Trinità Santissima.

Amen.

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