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È sempre piacevole incontrarsi con le ascoltatrici e gli ascoltatori di Radio Mater, soprattutto, in questo inizio anno per scambiarci gli auguri ed invocare, per intercessione di Maria e di San Giuseppe abbondanti benedizioni sul nostro futuro.

Abbiamo chiuso il 2018 con il solenne ringraziamento con il canto o con la recita del Te Deum, in cui abbiamo espresso la nostra gratitudine per un anno di vita, intessuto di fragili e luminose ragnatele che hanno segnato i passi del nostro vivere. 

Abbiamo chiesto alla santa Famiglia di Nazareth di farci da intermediari per innalzare i nostri cuori al di sopra della nostra povertà umana e delle nostre fragilità per lasciarci invadere i nostri occhi dalla potenza dell’amore di Dio, sorgente della nostra vita.

Solo facendo passare scorrere le nostre preghiere con gli stessi sentimenti di Maria e Giuseppe, possiamo rendere autentico il nostro amore verso il Padre, liberando così la preghiera dai desideri eccessivamente umani come per esempio il desiderio di possedere e di primeggiare, invece di essere servi del benessere fisico e spirituale di chi vive accanto a noi in famiglia e nella vita della comunità parrocchiale o nei gruppi di spiritualità o nell’associazione o nel mondo del lavoro. 

L’altra sera in quella solenne lode di grazie abbiamo chiesto di donare alle nostre case l’armonia sperimentata nella casa di Nazareth.

Per questo vogliamo iniziare questo momento di spiritualità in onore di San Giuseppe, chiedendo allo Spirito santo il dono di un supplemento d’anima sul nostro agire in questo anno 2019. 

E allora diciamo:

Vieni, o Spirito creatore,
visita le nostre menti,
riempi della tua grazia
i cuori che hai creato.

O dolce consolatore,

dono del Padre altissimo,
acqua viva, fuoco, amore,
santo crisma dell'anima.

Dito della mano di Dio, 

promesso dal Salvatore,
irradia i tuoi sette doni,
suscita in noi la parola.

Sii luce all'intelletto,
fiamma ardente nel cuore;
sana le nostre ferite
col balsamo del tuo amore.

Difendici dal nemico,
reca in dono la pace,
la tua guida invincibile
ci preservi dal male.

Luce d'eterna sapienza,
svelaci il grande mistero
di Dio Padre e del Figlio
uniti in un solo Amore.

Sia gloria a Dio Padre,
al Figlio, che è risorto dai morti
e allo Spirito Santo
per tutti i secoli dei secoli.

Amen.

In questo momento di preghiere, non siamo soli, ma siamo voce di un coro universale di uomini, donne e angeli che esprimono solidariamente la lode di ringraziamento al Padre, Dio Creatore. Vogliamo coinvolgere tutti con il canto che gli angeli hanno fatto sentire ai pastori in quella notte singolare:

 Canto  Venite fedeli

  All’alba di un nuovo anno, la liturgia ci introduce nello spazio della vita guidandoci con una stella luminosa che brilla ai nostri occhi e riecheggia di gioia nel nostro cuore: è la stessa Parola di Dio che ha un volto umano: Gesù. 

Con questa Parola all’inizio della messa di ieri, 1° gennaio, abbiamo aperto il panorama del nostro futuro con il desiderio che Dio, il datore di ogni vita, ci possa benedire, custodire e che la luce gioiosa del suo volto possa illuminare il nostro cammino.

 Tutti abbiamo nel cuore la consapevolezza che l’inizio di ogni anno sia uno scrigno colmo di aspirazioni. 

Tuttavia, sappiamo ogni frammento della nostra esistenza è contrassegnato da un grande punto interrogativo.  Ma sappiamo che questa incognita, questo punto interrogativo è rovesciato verso il cielo, perché solo sul quaderno del Cielo si scrivono le risposte con parole ricamate della luce divina che si fa promessa di benedizione, di custodia affettuosa e luce di perenne e costante risurrezione.

Abbiamo accennato pocanzi di aver chiuso lo scorso anno 2018 con una benedizione a Dio come ringraziamento per i suoi doni goduti nell’arco dei 365 giorni passati e ora iniziamo un nuovo tempo di grazia chiedendo alla bontà divina la sua benedizione, cioè di predisporre nella sua bontà un cammino pianeggiante, sereno, tranquillo in cui sempre sia costante la sua presenza anche nei momenti bui, difficili e faticosi.

 Abitare il tempo con la fede nell’eternità significa dimorare nel nostro tempo come apprendisti disponibili a collaborare con Gesù a costruire una società, sognata e progettata da Dio da sempre. Una società che potesse ospitare il Messia Gesù in un clima di gioia condivisa.  Per questo nella pienezza dei tempi i cieli si sono aperti e Dio ha potuto far nascere tra noi ha il Messia atteso. 

Il nostro vivere da cristiani è un procedere nella storia, in un modo sostanzialmente simile a tutti gli abitanti del mondo; infatti, simili sono gli affetti, il lavoro, le aspirazioni, il desiderio della buona salute, la fuga dalle malattie, il vivere la gioia, l’essere consolati al momento inevitabile delle lacrime. Per noi discepoli di Gesù, nella trama del vivere quotidiano, c’è una filigrana di spiritualità che offre al nostro tempo del vivere conun supplemento di grazia e di energia divina. 

Gesù, non ci lascia mai soli, cammina con noi coltivando il progetto personalizzato che ha sognato nel momento della nostra nascita.

Don Guanella faceva fiorire sulle labbra questa espressione coltivata nel cuore: «E’ Dio che fa»: suo è il progetto, suo è il cantiere in cui noi lavoriamo e viviamo. A noi compete la disponibilità di lasciarci plasmare come l’argilla che si fa modellare dalle mani dell’artista.

 Tutti in questi giorni ci siamo inginocchiati davanti al presepe.

 In quella soste davanti siamo invasi da un delicato sentimento di stupore. Lo stupore che ha condotto i Magi a Betlemme continua a provocare la nostra coscienza anche in questa epoca di grandi e vorticosi cambiamenti. 

 In questa annosa tradizione del presepio, una volta, nella stagione natalizia, era coltivata in tutte le nostre case. Ora il presepio nella nostre case ha perso in po’ del suo gioioso fascino, sembra che abbia smarrito la sua anima originaria. Nella nostra vita, in questa società delle immagini allo stupore è rimasto poco spazio. Tutto ci appare consueto, un “già visto”: la meraviglia ha perso la freschezza di sorprenderci e i pochi frammenti rimasti si affacciano solo sulle luci delle strade e sull’albero delle nostre case.

Tuttavia, pensando all’incontro dell’Infinto-Dio con il finito del fanciullo che nasce a Betlemme, la nostra fede si riaccende e la memoria si riempie di una storia umana che si fa salvezza.  

Per dare inizio all’umanità il Creatore ha iniziando da un po’ di fango. Un fango che si fa carne in Adamo e Dio da quella carne di uomo plasma la carne per il corpo di Eva. 

A Natale, senza alcun intervento di uomo, dalla carne di una donna Dio decide di prendere carne e di farla abitare da suo Figlio.  In quel momento il Creatore si fa creatura.

 In questa singolare vicenda, Maria diviene discepola e collaboratrice di Dio nell’aiutare la nostra condizione umana a sognare un genere umano vivificato dallo Spirito. 

Quel medesimo Spirito, che ieri ha fecondato il grembo di Maria, ora continua a far scorrere germi divini in sentimenti umani. Per chi ha fede ogni giorno è Natale: Dio nasce nella nostra carne e si fa energia e forza nelle nostre braccia per costruire un mondo costantemente visitato dalla presenza dello Spirito. 

  A Natale lo sguardo era tutto per Gesù, l’altro giorno la liturgia aveva al centro la santa famiglia di Nazareth, ieri la liturgia cantava la divina maternità di Maria.

La grande maternità che abbraccia cielo e terra. L’infinito Iddio si è rimpicciolito nel grembo e ci è stato donato per la nostra speranza di salvezza. Con Maria possiamo riprendere il cammino, all’inizio di questo nuovo anno di grazia.

Quest’anno, come l’inizio di ogni anno, ci offre una grande promessa, una rinnovata speranza.  Come il bambino corre sicura tra le braccia delle mamma che lo attende così Dio ci permette di ricominciare, di valicare le traversie della vita con gli occhi fissi alla meta e con nell’anima la speranza di raggiungere il traguardo di una benedetta immortalità.

Canto alla vergine  Giovane donna

Non vogliamo allontanarci dalla santa casa di Nazareth, dove 55 anni fa, come di questi tempi (era il 5 gennaio del 1964), Paolo VI era pellegrino nel sanitario dell’Annunciazione a Nazareth e pronunciò un discorso memorabile. 

In quelle parole di Poalo VI la casa di Nazareth era diventata e lo è tuttora la palestra obbligatoria per una vita autenticamente cristiana.  

In essa si accordavano in un modo mirabile tutti i sentimenti della nostra umanità.

 Entriamo in questo sanitario della trinità terrestre, quasi trattenendo il respiro per non perdere nessun frammento di queste magistrali indicazioni per vivere anche noi una vita bella e gioiosa come riflesso di quella di Giuseppe, Maria accanto a Gesù. 

 Disponiamoci a questo incontro in un clima di rinnovato affetto e preghiamo come la liturgia, nella festa della santa Famiglia ci ha invitati a pregare con queste stesse parole:

Santa e dolce dimora,
dove Gesù fanciullo
nascose la sua gloria!
Giuseppe addestra all'umile
arte del falegname
il Figlio dell'Altissimo.
Accanto a lui Maria
fa lieta la sua casa
di una limpida gioia.
La mano del Signore
li guida e li protegge
nei giorni della prova.

O famiglia di Nazareth,
esperta del soffrire,
dona al mondo la pace.
A te sia lode, o Cristo,
al Padre ed allo Spirito
nel secoli dei secoli. Amen.

In quella circostanza, Paolo VI ha iniziato il suo discorso facendo un affresco di questa scuola di umanità, dicendo testualmente: «La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, a imitare.
Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è Cristo. Qui scopriamo il bisogno di osservare il quadro del suo soggiorno in mezzo a noi: cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo.
Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato.

 Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo.

 Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazareth! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine! Ma noi non siamo che di passaggio e ci è necessario deporre il desiderio di continuare a conoscere, in questa casa, la mai compiuta formazione all’intelligenza del Vangelo. Tuttavia non lasceremo questo luogo senza aver raccolto, quasi furtivamente, alcuni brevi ammonimenti dalla casa di Nazareth.
In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto.


Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazareth ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile; ci faccia vedere com’è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale. Infine impariamo la lezione del lavoro. 

Oh! dimora di Nazareth, casa del Figlio del falegname! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo ma redentrice della fatica umana; qui nobilitare la dignità del lavoro in modo che sia sentita da tutti; ricordare sotto questo tetto che il lavoro non può essere fine a se stesso, ma che riceve la sua libertà ed eccellenza, non solamente da quello che si chiama valore economico, ma anche da ciò che lo volge al suo nobile fine; qui infine vogliamo salutare gli operai di tutto il mondo e mostrare loro il grande modello, il loro divino fratello, il profeta di tutte le giuste cause che li riguardano, cioè Cristo nostro Signore.

canto

   Nell’occasione di quel pellegrinaggio del 1964 del Papa erano presenti a Nazareth molti fedeli  della diocesi di Milano dove Montini era stato  come arcivescovo per alcuni anni il Papa con un accento accorato e carico di nostalgia per la stagione pastorale vissuta all’ombra della “Madunina”, rivolse ai pellegrini milanesi queste parole:  «Carissimi ambrosiani, fra le belle, care e certo indimenticabili emozioni di questi giorni, la vostra presenza rappresenta una nota anch’essa tanto commovente e che si aggiunge alle altre per rendere bellissimo, direi ineffabile, questo momento spirituale e questa ora che il Signore ci lascia vivere nei nostri brevi calendari. Vi ringrazio tanto, di questa vostra presenza. Vedo dalle persone che io conosco quale è lo spirito che muove il vostro pellegrinaggio, e immagino che questo spirito coincida precisamente con quello che ha mosso i miei passi nel venire alla Terra Santa».  

Continuava il papa Montini «Lo sapete bene che (venire in pellegrinaggio in questi luoghi) è come un ritornare alle radici, e di sentire come la linfa che vive, dopo tanti anni e in tanta distanza, nella nostra spiritualità, nella nostra vita religiosa; è la stessa dei principi, delle sorgenti, della più inconfutabile autenticità».  Un monumento di attualità anche per noi ora. 

Il Papa diceva ai suoi antichi diocesani: «Procurate anche voi di andare a queste radici, di sentirvi veramente presi dal fascino non solo della bellezza dei luoghi, dalla singolarità dei momenti, ma da quanto ci dicono del Vangelo, dei misteri che conosciamo di Nostro Signore Gesù Cristo, cercando di aderirvi veramente con tutta l’anima. Se rimaniamo in tale adesione in questi santi Luoghi, è sperabile, ed io lo so, che saremo poi fedeli anche lontano e in tutte le professioni e i momenti della vita».  

La liturgia nella festa della famiglia di Nazareth ai vesperi ci ha fatto pregare con questo inno che vogliano ripetere con tanto fervore e desiderio di una nostalgia.

O famiglia di Nazareth,
immagine vivente
della Chiesa di Dio!
Entro le tue mura
si avvicendano gli angeli
in devoto servizio.
Nel divino fanciullo
si congiungono gli animi
in perfetta letizia.
La tua serena quiete
ravvivi in ogni casa
il patto dell'amore.
E regni in tutti i popoli,
da oriente ad occidente,
la concordia e la pace.
A te, Cristo, sia lode,
al Padre e allo Spirito,
nei secoli dei secoli. Amen.

Preghiamo con fiducia nella certezza di essere esauditi

O Gesù, nostro fratello e Redentore per il mistero della tua sottomissione a Maria e a Giuseppe
- insegnaci l'obbedienza e il rispetto verso coloro che hai posto a capo della comunità.

Tu, che hai amato con affetto filiale i tuoi genitori, Maria e Giuseppe
- custodisci le nostre famiglie nel vincolo della carità e della pace.

Fosti ardente di zelo per le cose del Padre tuo,
- fa' che in ogni famiglia Dio sia amato e onorato.

Dopo tre giorni di ansiosa ricerca, fosti ritrovato nel tempio
- donaci la tua sapienza nel cercare soprattutto il regno di Dio.

Hai unito a te Maria e Giuseppe nella gloria del cielo,
- accogli tutti i defunti nella famiglia dei beati.

O Dio, nostro Padre, che nella santa Famiglia ci hai dato un vero modello di vita, fa' che nelle nostre famiglie fioriscano le stesse virtù e lo stesso amore, perché riuniti insieme nella tua casa possiamo godere la gioia senza fine. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Vogliamo far riecheggiare nel nostro spirito il canto di lode del Magnificat, musicato dal maestro Frisina che la Vergine Maria proclamò ad Ain Karin dopo che la cugina Elisabetta l’aveva proclamata la bendetta tra tutte le donne.

 Nell’evangelo di Luca si racconta un episodio in cui la famiglia di Nazareth è in pellegrinaggio a Gerusalemme, quando Gesù ha 12 anni e riceve al Tempio il riconoscimente della sua maturità, egli entra nella società, doventa responsabile  delle sue azioni nel bene e nel male, gli viene concesso la facoltà di leggere la bibbia nelle funzioni liturgiche della sinagoga al sabato. In quel momento si instaurano nuovi rapporti anche in famiglia. Il ragazzo è cresciuto ed entra nella vita portando le sue qualità umane e spirituali al servizio degli altri.

 Sembrerebbe che in quella circostanza  i rapporti si incrinano, quasi che Gesù rimprovera i suoi genitori: «Non sapete che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». 

 Giuseppe sapeva già che  un altro era il Padre e che prima o poi lo avrebbe lasciato per seguire il Padre vero, ma sentirselo svelare in quel modo e in quella circostanza certamente lo avrà ferito. È come quando un figlio chiede al padre le chiavi di casa.

D’altra parte un figlio non deve impostare la propria vita in funzione dei genitori: è come bloccare la storia.

 Gesù ritornerà a Nazareth, vivrà anche sottomesso a Maria e Giuseppe però è un segnale di come si devono vivere i rapporti all’interno di una famiglia. Il battesimo ci ha ci ha in cderto qual modo trasfigurati dall’amore con cui Dio steso attraverso Gesù ci ha investiti: l’amore umano è portato a vivere una dimensione nuova: eseguire il volere del Padre, che in Gesù rivela la dimensione autentica di questa volontà.

Gesù, Giuseppe e Maria tornano a Nazareth più uniti di prima, ma in reciporco amore purificato: l’amore  della vita di comunione della Trinità prende piede in quella famigliola:la cartina del tornasole per un rapprto autentico è dato dal livello di amore che vive nella Trinità.

Per anni Gesù a Nazareth cresce in età e grazia e impara l'arte di essere uomo giusto, autentico, guardando i suoi genitori vivere. Da Gesù chi imparare la vita? Da chi lo aiuta a crescere in sapienza e grazia, cioè aperto e libero di coltivare la capacità di stupore in modo infinito.

Dobbiamo imparare anche noi educatori e genitori ad apprendere che i maestri veri non sono quelli che metteranno ulteriori lacci o regole alla mia vita, ma quelli che ci forniranno ulteriori ali, che ci permetteranno di trasformare le nostre ali, le cureranno, le allungheranno, le alleneranno ad una capacità sempre pià aperta di volare. Di seguire lo Spirito, il vento di Dio. La casa è il luogo del primo magistero, dove i figli imparano l'arte più importante, quella che li farà felici: l'arte di amare. 

 Quest’arte di amare è in cerca di molti discepoli, vogliosi di incontrare autentici maestri illuminati dallo spirito della famiglia di Nazareth

 Preghiera dei bambini per i genitori.

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