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A tutti un gioioso e ben trovati in questa nostra ideale assemblea radiofonica per tessere fili di gioiosa comunione di fede e di sentimenti nella stare accanto a Giuseppe e ascoltare come un eco misteriosa i nobili sentimenti e anche il disagio di un giovane innamorato che si sente narrare da un misterioso messaggero le future vicende della sua vita.  

In queste quattro settimane (per gli ambrosiani sono 6 settimane) lo Spirito Santo a preparare il nostro animo ad accogliere Gesù che nasce a Betlemme. 

Come quando ci prepariamo per un viaggio, la vigilia della partenza si anima di novità e di attese così Papa Francesco, domenica scorsa, ci ha invitati «ad uscire da un modo di vivere rassegnato e abitudinario, alimentando speranze e sogni per un futuro nuovo». 

Il futuro che ha sempre una trama e colori diversi è sempre “nuovo”, assomiglia a quello di Giuseppe; che dopo il sogno gli è stata cambiata la vita. Questa paternità originale mette al centro della sua vita questa creatura divina che il Padre, creatore del cielo e della terra gli consegno per rigenerare il mondo intero.

In questi giorni mi sono imbattuto nelle pagine di un Diario in cui l’autore, Francois Varillon, descrive con toni un poco romanzati la nascita della sua vocazione al sacerdozio e alla vita religiosa.

Scrive Variollon: «Come sono potenti le sensazioni notturne, invincibili e feconde. Si direbbe che, nell’ora in cui il sole rende la propria luce più pallida per lasciare che, per un certo tempo, regnano le tenebre evocatrici dei limiti della natura e dell’essere umano svaniscono e che tutto si dilati per raggiungere l’infinito».

Giuseppe svegliato da un sonno non ha avuto una percezione esauriente dell’incidenza che quella “paternità delegata” avrebbe avuto sul mondo.   Forse aveva velatamente intuito di essere stato scelto per un amore da condividere tra Giuseppe, la sua giovane sposa e dallo Spirito Santo. Il progetto aveva le radici nell’eternità quando Dio ha riprogettato il pianeta terra destinando Maria ad entrare nel mondo senza le conseguenze della frattura causata da Eva nel giardino dell’Eden, il paradiso terrestre. Quell’amore per essere eterno e collaborante per Giuseppe si fece eroico e ancora ci illumina come splendido modello di amore.  Solo un amore che si fa dono gratuito, senza pretese di contraccambio si fa cemento di costruzione per un mondo migliore.

 La trepidante attesa di Maria e Giuseppe che portavano il futuro di un mondo rinnovato era vissuta nella fiduciosa attesa: avevano creduto alla Parola di Dio e non potevano essere delusi. Davvero questi santi sposi «rafforzino la nostra speranza nelle promesse del loro Figlio Gesù, per farci sperimentare che, attraverso il travaglio della storia, Dio resta sempre fedele e si serve anche degli errori umani per manifestare la sua misericordia».

  Preghiera dei genitori e dei figli 1° parte e stacco musicale

 Una beatitudine che Gesù dona a san Giuseppe oltre che alla sua presenza premurosa e amabile accanto a Gesù, questa beatitudine la troviamo sottolineata anche nelle parole dell’evangelista san Matteo. Alla domanda che i discepoli fecero a Gesù sul suo modo di parlare alla gente con le parabole, Gesù rispose: «A voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, agli altri invece non è dato e allora prosegue Gesù Beati i vostri occhi perché vedono e le vostre orecchie che ascoltano. In verità i dico che molti profeti e giusti hanno desiderato vedere quello che voi vedete e non lo videro ascoltare quello che voi ascoltate e non l’udirono».

San Giuseppe non solo si trova tra i felici destinatari della beatitudine pronunciata da Gesù, egli è il “giusto” al quale è stato dato il privilegio, in modo assolutamente privilegiato di conoscere i misteri del Regno, di vedere e di ascoltare l’atteso delle genti, e unico a sentirsi chiamato da lui papà, “abba”, lo stesso appellativo che Gesù usa per chiamare il Padre dei cieli.

San Bernardo a questo riguardo usa una bella espressione: «Il Signore ha trovato Giuseppe secondo il suo cuor e gli ha confidato con piena sicurezza il più misterioso e sacro segreto del suo cuore. A lui ha svelato le oscurità e i segreti della su sapienza, accordandogli di conoscere il mistero sconosciuto a tutti principi e potenti di questo mondo. Ciò che numerosi re e profeti desiderarono vedere e non videro, fu concesso a lui, Giuseppe, che non solamente lo vide e udì, ma lo portò, lo guidò nei suoi passi, lo abbracciò, lo baciò, lo nutri e vegliò su di lui».

Siamo di fronte ad un disegno divino che pone la figura di Giuseppe nella sua vera luce riguardo a Gesù e alla stessa Chiesa, affidandogli nel progetto divino dell’umana salvezza non solo un ruolo importante nella discendenza del re Davide, ma una dignità straordinaria.

Giuseppe ha partecipato con attenzione e amore alla gravidanza di Maria, le è stato accanto con dedizione. Molti artisti nei loro dipinti hanno raffigurato anche san Giuseppe nella casa della cugina Elisabetta, quando la futura umanità, rappresentata da Giovanni Battista che esulta nel grembo delle madre per la vicinanza del messia ancora nel grembo di Maria.

A Natale nella fragilità della carne di un bambino «il Dio invisibile si è reso visibile». 

Come tutti i bambini, figli dell’umanità, anche Gesù ha avuto bisogno di sentirsi circondato di amore e assistito da mani operose che aiutassero questa visibilità divina a manifestarsi al mondo.

Nei prossimi giorni davanti al presepio, che iniziamo a pensare e a costruire in casa nostra - e speriamo anche negli spazi educativi - perché un bambino che nasce è sempre un annuncio di gioia per tutti e mai un motivo di contestazione o divisione. Un bambino che nasce è sempre un fiorire della vita che sboccia per rallegrare e riempire il futuro di speranza viva. 

In questo viaggio verso Betlemme noi cristiani scopriamo che la nostra carne è orientata verso Dio e sentiamo nascere in noi un’affinità elettiva che appaga la nostalgia dell’infinito.

Con il Natale di Gesù, Dio ha innestato un frammento divino nella nostra carne che guida il nostro istinto a privilegiare il desiderio del bene e la voglia di conoscere sempre più Dio e amarlo.

Con il suo “sì” all’arcangelo Gabriele, Maria ha permesso a Dio di entrare ad abitare nella sua carne verginale e così «il Creatore dei cielo e della terra si è fatto creatura», seminando di immortalità ogni creatura umana.

Giuseppe, il marito di Maria e il padre legale di Gesù, dopo lo sgomento, ha intuito e accolto il progetto di Dio, ha collaborato con disponibilità e fiducia, a fare maturare questo mistero di un “Dio” che si compagno di viaggio e sorgente di luce lungo i sentieri del vivere umano.

«L’esperienza della gestione di un nuovo essere nel corpo di una donna è una delle immagini più forti di una vita che si sviluppa». In questa fase è possibile avvertire, sentire crescere la presenza di una creatura umana che si sviluppa nel guscio misterioso di un grembo di donna.

San Giuseppe nel silenzio trepidante e fiducioso ha condiviso con Maria il tempo della gravidanza, sino a quando il guscio di quel mistero nascosto si è aperto e un vagito ha rotto il silenzio della notte e gli angeli si sono fatti messaggeri di gioia presso gli umili.  Quegli abitanti delle periferie, i pastori, oggetto di disprezzo per il loro umile lavoro, intuiscono che nell’aria c’è qualcosa di nuovo: Dio, l’invisibile si è fatto visibile. Per questo gli angeli nella notte cantano «la gloria di Dio nel più alto dei cieli e, sulla terra, (proclamano) pace agli uomini che Dio ama». 

In quella notte, i pastori si muovono verso il nuovo centro di gravità della vita dello spirito, costituito in quella povera grotta che ospita Gesù.

In quella periferia di Betlemme è stato celebrato l’esclusivo e il prototipo evento del presepio della storia umana: Dio si fa carne e si nasconde nella carne umana. San Francesco intuisce la profondità di questo evento e a Greccio desidera celebrare il Natale con persone viventi.  

 Francesco d’Assisi, baciando il lebbroso, ha iniziato quella straordinaria e rivoluzionaria avventura di una umanità che trasportava Dio nella nostra storia quotidiana. «Gesù, la Parola che dall’eternità era già Dio, divenne ancora più Dio, facendosi bambino nato da donna come tutti noi».

 I poveri hanno intuito quella presenza e la loro povertà, condivisa con quel Bambino, è divenuta la strada maestra: ha stracciato in anticipo il sentiero delle beatitudini, della solidarietà evangelica e della condivisione.   Da quella notte di fine dicembre con il movimento di pastori che portavano doni al Bambino, il dar da mangiare ad un fanciullo affamato è divenuto un pressante appello da non dimenticare.

Non possiamo dimenticare che l’unica possibilità che ci è data di vedere e di ospitare Dio nella nostra vita, oltre che la nascita di un bambino, in un modo concreto, sono «gli occhi degli uomini e delle donne che, qui in terra, riflettono l’immagine di un Dio vivente».   Non dimentichiamo che il prossimo è l’unica immagine di Dio disponibile sulla terra che i nostri occhi possono contemplare. 

Pausa Preghiera: Musica “Tu scendi dalle stelle solo musica”

 Davanti al presepe:

 Eccomi davanti al Presepio!  

Gesù, discretamente anch’io mi sono infilato in mezzo ai pastori; ognuno con il suo regalo e io porto il mio stupore di un Dio che sia piccino ed indifeso come un bambinello.
Con la tua nascita, Gesù, mi ha dato tutto, ed io vorrei me stesso.
Io, cosa ha da offrirti oltre lo stupore?

Non ho niente, se non questa simbolica candelina che ho plasmato durante tutti i giorni dell’anno che ormai sta per terminare. 

Papa Francesco domenica ha acceso un cero e ha invitato i cristiani ad accendere una candela per esprimere solidarietà per i bambini che come Gesù vivo nella solitudine e nella miseria.
Certo, Gesù, ti offro questa candela anche se è storta, rattrappita e un po’ malandata: assomiglia alla mia vita, anzi sono proprio io!
Non importa che sia bella, attraente o semplicemente bianca. 
So di voler dare tutto. E con questa voglia nell’animo, Gesù, tu mi accoglie e mi sorride.

Questa candela rappresenta la mia stessa vita. La mia esistenza avrei potuto tenerla in disparte, lontano dal Presepio in cui Gesù è nato anche per me.
 Tante volte egoisticamente l’ho tenuta ben ordinata e conservata intatta, racchiusa dentro la custodia del quieto vivere.
Ma sigillata in un cofanetto la mia vita si sarebbe rinsecchita e avrebbe perso ogni senso. Avrei perso la mia vocazione e le tante circostante per fare del bene.

 Gesù, tu hai alimentato la mia fiamma e mi hai aiutato a mantenermi acceso e vivo per coltivare i miei ideali. 

 Davanti a te, Gesù, che ti fai umile, in questa gioia il senso della mia vita e altro non desidero che essere acceso, perché solo quando brucio nel servire per amore mi sento accanto a te, povero tra i poveri.
 L’eco della tua parola che dice: «Chi perderà la propria vita a causa mia, 

la ritroverà» fa impallidire il mio egoismo e mi ritrovo rigenerato e posso
finalmente diffondere luce e calore per la gioia di tutti.

Adesso, pur lentamente, imparo a capire perché esisto e vorrei, come hai fatto tu a Nazareth, quando hai imparato il mestiere di vivere umano, per questo desidero offrire la mia vita per accendere tante fiaccole per illuminare e riscaldare il mondo con luce della gioia e il calore dell’amore.

Sappiamo che l’Avvento è il tempo della speranza e del desiderio. Aspettiamo con trepidazione la manifestazione del Signore e la liturgia della chiesa desidera far crescere la voglia di una conoscenza sempre più intima, risvegliare l’innamoramento per una conoscenza sempre più stretta del Signore. Una conoscenza simile ad una sorgente di acqua che desidera diventare fiume e così entrare nel mare per donare vita e fertilità.

Gesù lo diceva ai suoi contemporanei che erano in attesa del messia: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete». Egli lo diceva ai suoi discepoli, ma ripete questa beatitudine anche per la comunità ecclesiale di oggi e vuol istillare in noi il desiderio di aprire gli occhi, di spalancarli sul panorama del mondo come pure negli occhi del prossimo bisognoso per riconoscere Gesù, il Figlio di Dio che privilegia farsi conoscere nella carne dei poveri.

 A questo punto delle nostra riflessione, non possiamo nascondere che la troppa insistenza sulla spiritualità dell'incarnazione potrebbe contenere qualche elemento di equivoco.

 Infatti, ci possono essere molti modi di interpretare l'incarnazione e anche di insistere a senso unico sull'incarnazione.  

Anche se Dio, nella carne di Adamo ed Eva, ha sognato un mondo di giustizia, di fraternità, gioia per le relazioni umane e di comunione tre le future persone.  Ma quel sogno stupendo da subito l’invidia le ha rubato la nobiltà dell’anima di questi sentimenti.

 Gesù è venuto nella carne per redimerla dal di dentro, recuperando la dignità di essere figli, rimasta sepolta nella profondità di una nostalgia di una comunione amorosa perduta con il peccato.

 Gesù ha voluto pagare la cambiale del nostro riscatto, facendo transitare nei sentimenti della sua anima sino ad arrivare sulla croce e così esprimere come dono perfetto la sua adesione all’amore di Dio. Egli ha crocefisso i peccati degli uomini, lacerando il foglio dei debiti e abbattendo così il muro di separazione. 

Non dobbiamo mai dimenticare che l'incarnazione ha avuto lo scopo di crocifiggere nella carne i desideri contrari all’amore, alla giustizia, alla lealtà, del sopruso, dell’indifferenza, dell’odio.

E Gesù non si è fermato all'incarnazione ed esperimentare la vita umana, è andato fino alla croce, per trasformare, riabilitare e dare un senso alla nostra disagiata condizione carnale. 

Non è venuto per portarci la carne: la carne esisteva già; è venuto a portarci lo Spirito e lo Spirito - dice san Paolo - deve servirci a dare un valore alle opere della carne. «Su di lui si poserà lo spirito del Signore -dice Isaia - spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore»: ciò che noi aspettiamo da Gesù è che ci doni il suo Spirito.

E tuttavia dobbiamo cercare il significato dell'incarnazione, dobbiamo unirci a Cristo in questo movimento di incarnazione, che accetta la carne. Egli l'accetta come mezzo di solidarietà, nell'umiltà e nella povertà. Gesù si è fatto carne, perché ha voluto essere solidale con noi, per essere con noi compagno in questo esodo terreno per arrivare alla Terra promessa del paradiso.

È lui che libererà il povero che grida e il misero che non trova aiuto e   che ci spinge ad avere pietà del debole e del povero, come abbiamo letto nel salmo, in corrispondenza alla parola di Isaia: «Giudicherà con giustizia i poveri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese».

Il Figlio di Dio che ci fa conoscere il Padre è l'uomo Gesù, che si è fatto simile ai suoi fratelli, che si è fatto passibile per essere capace di capirli. E così egli ci mette in guardia contro una spiritualizzazione falsa. Facilmente noi siamo tentati di negare la carne, perché essa si oppone a un certo orgoglio dello spirito; noi vorremmo vivere soltanto in un modo spirituale, ma Gesù, venendo fra noi, non ha accettato questo falso modo di vivere nello spirito. Egli ha preso la nostra condizione umana nella sua umiltà, ha preso un corpo capace di soffrire, è venuto fra i piccoli e i poveri.

Ed è così che egli ci ha rivelato Dio, non con segni nel cielo come domandavano i farisei, ma con la bontà verso i malati, con la cura paziente di spiegare le cose a spiriti poco aperti, con la semplicità, con il gusto di rimanere con noi per mostrarci l'amore del Padre. Egli ci guida a interessarci sinceramente di tutto ciò che è vita degli uomini, non per trovare in ciò la soddisfazione del nostro egoismo, ma invece un mezzo di comunione con gli altri.

«Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete». Gesù ha dovuto dirlo perché la gente non aspettava manifestazioni di questo tipo. La gente aspettava un Messia glorioso, ed ecco invece un Messia umile, semplice, del tutto simile agli altri uomini, che manifesta la bontà di Dio, l'amore generoso di Dio.

In questa antivigilia delle solennità dell’Immacolata domandiamo alla Vergine Maria di farci capire di più il mistero dell'incarnazione, di allontanarci dalle false interpretazioni e di metterci sulla via vera dell'amore umile, concreto, come lei lo ha vissuto vivendo per il suo Figlio Gesù, guidandolo a inserirsi nella società umana nel piccolo villaggio di Nazareth, educandolo in modo molto umano e nello stesso tempo molto divino.

Così anche noi, grazie all'incarnazione, potremo ricevere lo Spirito di Cristo e comunicarlo al mondo.

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