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A tutte le ascoltatrici e agli ascoltatori di Radio Mater un gioioso saluto, illuminato dalla gioia pasquale e sostenuto dalla speranza  di un’immortalità che Gesù risorto ci ha confermato con la sua pasqua di ieri che permane con un’attualità perenne.

In questa sera, al tramonto del sole anche noi anche noi desideriamo essere in cammino in compagnia di Gesù come lo è stato in quella sera di pasqua quando i due discepoli ritornavano suoi loro passi con l’animo triste e il volto melanconico per una grande delusione: avevano scommesso tutto sulla vita e il messaggio di Gesù, ma erano delusi convinti di aver perso.  Con il passo lento e trascinato come ombre allungate dalla luce del tramonto, questi due discepoli sconfitti nei loro ideali coltivati con passione e camminavano  su quei sentieri che il Maestro aveva  percorso seminando speranza.  Nel loro animo riecheggiavano le parole del salmo «I passi del mio vagare tu li registri, le mie lacrime nel tuo otre raccogli». Quella sera l’otre era colmo di delusione e lacrime  e i passi del vagare cancellati dalla delusione.

 Questa sera mi lascio trasportare da un sogno. Quando cessano i sogni, quando si spengono le luce sui progetti futuri, la vita si fa triste e desolata come una notte d’inverno.

In primavera  dopo mezzanotte l’usignolo canta sino all’alba, il suo cinguettio riveste di vita le tenebre e il silenzio delle notte. 

Il mio sogno è pensare a san Giuseppe il papà terreno di Gesù. Egli è stato protagonista di un’avventura divina singolare: essere accanto alla mamma di Gesù come un padre legale.  Egli ha fatto gli onori di casa – si fa per dire davanti a quello povera dimora - quando sono arrivati i magi dall’oriente sollecitato da una presenza di una stella come pure quando  per primi sono arrivati i poveri pastori che vegliavano nella notte e sono stati svegliati dal canto degli angeli come messaggeri di pace.

Giuseppe è stato acanto a Gesù e ha condiviso la sua missione aiutando a farlo crescere “in sapienza, in età e in grazia”.

A Gerusalemme in quei giorni di passione e di sofferenza Giuseppe non c’era. Idealmente, però, durante la sua vita ha lavorato per dare splendore all’esistenza di Gesù, a renderlo il “nuovo tempio” della presenza di Dio tra gli uomini.

Mi sembra bello sognare san Giuseppe come messaggero di quella pace che le sue orecchie hanno sentito  risuonare a Betlemme e che oggi nella Pasqua  Gesù fa risuonare nel cenacolo il suo annuncio di pace.  

È la pace definitiva, il lievito pacificante della nuova umanità; è il dono più prezioso, più desiderato che Gesù ha lasciato nelle nostre mani quando alla sera di Pasqua il Redentore ha lasciato il dono della pace ai suoi apostoli,  raccolti nel cenacolo: «Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace».

Da quel momento ogni battezzato ha il compito di essere costruttore di pace, di impresario nel costruire ponti di comunicazione e di dialogo.

 Mentre Gesù accompagna i discepoli verso Emmaus, mi pace sognare san Giuseppe come un appassionato innamorato dell’eredità di Gesù che come un padre sedotto dall’amore per il figlio si fa simile al fidanzato di cui narra il  Cantico dei cantici.

Vorrei rivestire questo pellegrinare da innamorato con le parole di una poesia di padre David Maria Turoldo che narra di un immaginario testimone della risurrezione che  percorre le strade della vita per annunciare il fatto più singolare della storia umana: un morto, per violenza e cattiveria, restituito alla vita.

Mattino di pasqua poesia

 Stacco musicale Alleluia di Ehndel

Nel giorno di Pasqua nel vedere in tv piazza san Pietro affollata di gente, ho avuto una piacevole nell’ammirare un grande arazzo raffigurante san Giuseppe propio a fianco della Loggia dove papa Francesco avrebbe impartito la benedizione apostolica  pasqua alla città di Roma e a tutto il mondo.

La Pasqua fa risuonare il cielo di canti e la terra  è inondata di gioia, perché  Cristo Gesù dagli abissi della morte ascende vittorioso dopo un duello tra la morte e la vita. La vita ha vinto e ha ripreso a pulsare nel corpo glorioso di Cristo. La morte ha perso i suoi artigli dal veleno mortifero ed è stata cancellata e ha vinto la vita e in Gesù brilla la speranza di condividere questa vittoria,  anche quando la nostra vita terrena non sarà definitivamente tolta, ma trasformata.

La chiesa nella liturgia di oggi ci fa meditare su questa strepitosa vittoria con queste parole: «L'apostolo Paolo ricordando la felicità per la riacquistata salvezza, afferma: “Come per Adamo la morte entrò in questo mondo, così per Cristo la salvezza viene nuovamente data al mondo” (cfr. Rm 5, 12). E ancora: “Il primo uomo tratto dalla terra, è terra; il secondo uomo viene dal cielo, ed è quindi celeste” (1 Cor 15, 47). Dice ancora: «Come abbiamo portato l'immagine dell'uomo di terra», cioè dell'uomo vecchio nel peccato, «porteremo anche l'immagine dell'uomo celeste» (1 Cor 15, 49), cioè abbiamo la salvezza dell'uomo assunto, redento, rinnovato e purificato in Cristo. Secondo lo stesso apostolo, Cristo viene per primo perché è l'autore della sua risurrezione e della vita. Poi vengono quelli che sono di Cristo, cioè quelli che vivono seguendo l'esempio della sua santità. Questi hanno la sicurezza basata sulla sua risurrezione e possiederanno con lui la gloria della celeste promessa, come dice il Signore stesso nel vangelo: Colui che mi seguirà, non perirà ma passerà dalla morte alla vita (cfr. Gv 5, 24).

 La Pasqua davvero è un inno alla vita non in modo astratto  ed esclusivamente spirituale, ma parla della concretezza della nostra carne destinata  a partecipare alla resurrezione di Gesù.

Ricordo che il servo di Dio Giorgio La Pira, un santo uomo politico che ha aiutato a scrivere la nostra Costituzione repubblicana donandole un’anima di squisita attenzione alla persona, diceva questa parole: La fede cristiana è la religione più materialistica del mondo, perché è attenta al corpo e rende questo corpo partecipe della resurrezione, destinato a vivere per l’eternità.

 La nostra fede cristiana è una “storia di carne”, ci è stato dato un corpo, un respiro caldo che “già si posa sui vetri dell’eternità” … l’acqua del vivere dignitosamente deterge “la fanghiglia” dello scorrere del tempo e rimane il disegno della mia fisionomia destinata ad essere un arazzo tessuto con fili di luce.

San Giuseppe mascola la sua vita terrena con il corpo di Gesù risorto. Giuseppe con il suo lavoro, con il suo amore per Gesù bambino, adolescente, giovane, uomo  Giuseppe ha collaborato a seminare di luce  e di gloria quel corpo che aveva abbracciato. 

Ha coltivato e poi ammirato la sensibilità umana di Gesù verso le persone a disagio in rapporto con il loro corpo. 

L’evangelo scritto da Marco con freschezza genuina, occupa quasi il 50°/° nel narrare l’azione di Gesù nel risanare i corpi.  Per Gesù, “immagine visibile del Dio invisibile” anche il corpo più decadente, fragile e disprezzato conserva “una sua sacralità, una potenza, una grazia e una scintilla di bellezza”. La suia anima può essere stinta, sbiadita, ma mai cancellata.

Uno scritto di Ferruccio Parazzoli si legge che il cristianesimo «non è una religione di fantasmi, non di anime spoglie e rilucenti, ma di corpi, questi corpi così come sono, gloriosi e miserabili che risorgeranno come è stato promesso».

 Nell’ultima cena Gesù ha spezzato il pane lo ha donato ai suoi discepoli dicendo: «Questo è il mio corpo». 

Oggi nella pagina dell’evangelo di Luca, proclamata oggi nelle liturgia eucaristia, per un’affinità elettiva straordinaria, i due discepoli a Emmaus riconoscono Gesù allo “spezzare del pane”. Quel pane metabolizzato dallo spirito diventa caparra di immortalità.

San Paolo nella lettera ai Corinti dice testualmente: «Voi siete corpo di Cristo e sue membra» e altrove: «Non sapete che il vostro corpo è tempio dello spirito santo?».

 Gesù sa e trasmette a noi questo messaggio: il nostro essere umani comporta un’unità dove carne, spirito,  vita e coscienza coesistono.  Senza la luce dello Spirito è difficile cogliere il messaggio straordinariamente affascinate di questa consanguineità con Gesù per questo preghiamo:

 

L'uomo che si lascia guidare da Dio

Sì, ha ricordato una volta Papa Francesco, c’è stato un uomo capace di dimostrare, già duemila anni fa, che l’amore umano può essere capace di gesti meravigliosi, se invece di ripiegarsi su di sé si apre a Dio e una magnanimità che solo il cielo può suggerire. Prima di ogni aiuto divino, Giuseppe ha avuto da sé cuore e comprensione per la donna amata, laddove altri solo un irrimediabile disprezzo, e si è offerto di volerle bene e di voler bene al figlio che portava in grembo. E così ha iniziato con loro un’avventura impensata. Non stupisce che Francesco, il Papa della tenerezza, si lasci ispirare da lui, “custode” del Dio Bambino, per imparare a essere un padre fedele e generoso della Chiesa, come ha raccontato il 19 marzo 2013, nel giorno d’inizio del suo Pontificato:

“Giuseppe è ‘custode’, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. In lui cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!”. (Omelia, 19 marzo 2013)

L'uomo che accoglie a braccia aperte
Dio spiegò ogni volta in sogno a Giuseppe il da farsi, o gli chiarì ciò che non aveva capito e che tuttavia aveva accettato. Ha girato la rete in pochi attimi la confidenza che Francesco ha fatto due mesi fa alle famiglie filippine incontrate a Manila, quando disse di avere sul suo tavolo “un’immagine di San Giuseppe che dorme”, sotto la quale è solito mettere di tanto in tanto un foglietto con su scritto il problema che lo angustia, perché Giuseppe “lo sogni” e preghi per la sua soluzione. Giuseppe, un artigiano dell’amore discreto, sempre affidabile per Gesù e Maria, con i calli alle mani perché chi ama davvero sa che spesso bisogna piegare in silenzio la schiena:

“Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere (…) deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di San Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il Popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli (…) Solo chi serve con amore sa custodire!”. (Manila, incontro con le famiglie, 16 gennaio 2015)

San Giuseppe dia ai giovani “la capacità di sognare, di rischiare e prendere i compiti difficili che hanno visto nei sogni”. Così Papa Francesco durante la Messa mattutina a Casa Santa Marta. Al centro dell’omelia, la figura di San Giuseppe, custode delle debolezze e del “sogno di Dio”, la cui solennità è stata spostata ad oggi perché il 19 marzo coincideva con la domenica di Quaresima. E il Papa ha voluto offrire la celebrazione eucaristica per le tredici studentesse che proprio un anno fa morirono in un incidente stradale in Catalogna durante l'Erasmus. Alla Messa hanno partecipato anche i familiari delle sette ragazze italiane morte nello schianto del bus.Il servizio di Debora Donnini:

San Giuseppe obbedisce all’angelo che gli appare in sogno e prende con sé Maria, incinta per opera dello Spirito Santo, come narra il Vangelo di Matteo. Un uomo silenzioso, obbediente. E’ attorno a questa figura che si snoda l’omelia di Francesco. Giuseppe è un uomo che porta sulle sue spalle promesse di “discendenza, di eredità, di paternità, di filiazione, di stabilità”:

“E quest’uomo, questo sognatore è capace di accettare questo compito, questo compito gravoso e che ha tanto da dirci a noi in questo tempo di forte senso di orfanezza. E così questo uomo prende la promessa di Dio e la porta avanti in silenzio con fortezza, la porta avanti perché quello che Dio vuole sia compiuto”.

San Giuseppe è un uomo che “può dirci tante cose, ma non parla”, “l’uomo nascosto”, l’uomo del silenzio, “che ha la più grande autorità in quel momento senza farla vedere”. E il Papa sottolinea che le cose che Dio confida al cuore di Giuseppe sono “cose deboli”: “promesse” e una promessa è debole. E poi anche la nascita del bambino, la fuga in Egitto, situazioni di debolezza. Giuseppe prende nel cuore e porta avanti “tutte queste debolezze” come si portano avanti le debolezze: “con tanta tenerezza”, “con la tenerezza con cui si prende in braccio un bambino”:

“E’ l’uomo che non parla ma obbedisce, l’uomo della tenerezza, l’uomo capace di portare avanti le promesse perché divengano salde, sicure; l’uomo che garantisce la stabilità del Regno di Dio, la paternità di Dio, la nostra filiazione come figlio di Dio. Giuseppe mi piace pensarlo come il custode delle debolezze, delle nostre debolezze pure: è capace di far nascere tante cose belle dalle nostre debolezze, dai nostri peccati pure”.

E Giuseppe è custode delle debolezze perché divengano salde nella fede. Ma questo compito lo ha ricevuto durante un sogno: è un uomo “capace di sognare”, nota Francesco. E’ quindi anche “custode del sogno di Dio”: il sogno di Dio “di salvarci tutti”, della redenzione, viene confidato a lui. “Grande questo falegname!”, esclama quindi il Papa: silenzioso, lavora, custodisce, porta avanti le debolezze ed è capace di sognare. Una figura, dunque, che ha un messaggio per tutti:

“Io oggi vorrei chiedere, ci dia a tutti noi la capacità di sognare perché quando sogniamo le cose grandi, le cose belle, ci avviciniamo al sogno di Dio, le cose che Dio sogna su di noi. Che ai giovani dia – perché lui era giovane – la capacità di sognare, di rischiare e prendere i compiti difficili che hanno visto nei sogni. E ci dia a tutti noi la fedeltà che generalmente cresce in un atteggiamento giusto, lui era giusto, cresce nel silenzio - poche parole - e cresce nella tenerezza che è capace di custodire le proprie debolezze e quelle degli altri”.

Oggi, 19 marzo, celebriamo la festa solenne di san Giuseppe, Sposo di Maria e Patrono della Chiesa universale. Dedichiamo dunque questa catechesi a lui, che merita tutta la nostra riconoscenza e la nostra devozione per come ha saputo custodire la Vergine Santa e il Figlio Gesù. L’essere custode è la caratteristica di Giuseppe: è la sua grande missione, essere custode.

Oggi vorrei riprendere il tema della custodia secondo una prospettiva particolare: la prospettiva educativa. Guardiamo a Giuseppe come il modello dell’educatore, che custodisce e accompagna Gesù nel suo cammino di crescita «in sapienza, età e grazia», come dice il Vangelo. Lui non era il padre di Gesù: il padre di Gesù era Dio, ma lui faceva da papà a Gesù, faceva da padre a Gesù per farlo crescere. E come lo ha fatto crescere? In sapienza, età e grazia.

Partiamo dall’età, che è la dimensione più naturale, la crescita fisica e psicologica. Giuseppe, insieme con Maria, si è preso cura di Gesù anzitutto da questo punto di vista, cioè lo ha “allevato”, preoccupandosi che non gli mancasse il necessario per un sano sviluppo. Non dimentichiamo che la custodia premurosa della vita del Bambino ha comportato anche la fuga in Egitto, la dura esperienza di vivere come rifugiati – Giuseppe è stato un rifugiato, con Maria e Gesù – per scampare alla minaccia di Erode. Poi, una volta tornati in patria e stabilitisi a Nazareth, c’è tutto il lungo periodo della vita di Gesù nella sua famiglia. In quegli anni Giuseppe insegnò a Gesù anche il suo lavoro, e Gesù ha imparato a fare il falegname con suo padre Giuseppe. Così Giuseppe ha allevato Gesù.

Passiamo alla seconda dimensione dell’educazione, quella della «sapienza». Giuseppe è stato per Gesù esempio e maestro di questa sapienza, che si nutre della Parola di Dio. Possiamo pensare a come Giuseppe ha educato il piccolo Gesù ad ascoltare le Sacre Scritture, soprattutto accompagnandolo di sabato nella sinagoga di Nazareth. E Giuseppe lo accompagnava perché Gesù ascoltasse la Parola di Dio nella sinagoga.

E infine, la dimensione della «grazia». Dice sempre San Luca riferendosi a Gesù: «La grazia di Dio era su di lui» (2,40). Qui certamente la parte riservata a San Giuseppe è più limitata rispetto agli ambiti dell’età e della sapienza. Ma sarebbe un grave errore pensare che un padre e una madre non possono fare nulla per educare i figli a crescere nella grazia di Dio. Crescere in età, crescere in sapienza, crescere in grazia: questo è il lavoro che ha fatto Giuseppe con Gesù, farlo crescere in queste tre dimensioni, aiutarlo a crescere.

Cari fratelli e sorelle, la missione di san Giuseppe è certamente unica e irripetibile, perché assolutamente unico è Gesù. E tuttavia, nel suo custodire Gesù, educandolo a crescere in età, sapienza e grazia, egli è modello per ogni educatore, in particolare per ogni padre. San Giuseppe è il modello dell’educatore e del papà, del padre. Affido dunque alla sua protezione tutti i genitori, i sacerdoti – che sono padri –, e coloro che hanno un compito educativo nella Chiesa e nella società. In modo speciale, vorrei salutare oggi, giorno del papà, tutti i genitori, tutti i papà: vi saluto di cuore! Vediamo: ci sono alcuni papà in piazza? Alzate la mano, i papà! Ma quanti papà! Auguri, auguri nel vostro giorno! Chiedo per voi la grazia di essere sempre molto vicini ai vostri figli, lasciandoli crescere, ma vicini, vicini! Loro hanno bisogno di voi, della vostra presenza, della vostra vicinanza, del vostro amore. Siate per loro come san Giuseppe: custodi della loro crescita in età, sapienza e grazia. Custodi del loro cammino; educatori, e camminate con loro. E con questa vicinanza, sarete veri educatori. Grazie per tutto quello che fate per i vostri figli: grazie. A voi tanti auguri, e buona festa del papà a tutti i papà che sono qui, a tutti i papà. Che san Giuseppe vi benedica e vi accompagni. E alcuni di noi hanno perso il papà, se n’è andato, il Signore lo ha chiamato; tanti che sono in piazza non hanno il papà. Possiamo pregare per tutti i papà del mondo, per i papà vivi e anche per quelli defunti e per i nostri, e possiamo farlo insieme, ognuno ricordando il suo papà, se è vivo e se è morto. E preghiamo il grande Papà di tutti noi, il Padre. Un “Padre nostro” per i nostri papà: Padre Nostro…

E tanti auguri ai papà


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