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Le proposte estive di pellegrinaggi, rivolte soprattutto ai giovani, rivestono un alto valore formativo. La famiglia Guanelliana lo sa bene e ne organizza diversi: in Italia, ad esempio, la Provincia Romana di San Giuseppe ne organizza tre (nei luoghi di don Guanella, ad Acuschwitz e a Santiago de’ Compostela), così come la provincia del Sacro Cuore (Como) propone ben due edizioni estive a Santiago de’ Compostela. Qui di seguito una riflessione di don Salvatore Apreda sul ruolo e senso del pellegrinaggio per compiere un cammino fisico verso una meta sacra e allo stesso tempo camminare spiritualmente verso il centro del proprio essere, alla ricerca del dono di Dio per la nostra vita.


L’estate offre a molti, e soprattutto ai giovani, la possibilità di mettersi in cammino come pellegrini. In Provincia, al riguardo, sono in programma ben tre esperienze: “Sui passi di don Guanella... da Fraciscio a Como”; “Esperienza Auschwitz” e “Cammino di Santiago”.
Un pellegrinaggio non è un semplice cammino o un percorso su strada, perché prevede di camminare verso una meta santa. Camminare è un’esperienza molto profonda: c’è chi inizia un pellegrinaggio a causa di un forte dolore o per una grande gioia, oppure c’è chi lo fa per ritrovare se stesso, o chi ha la necessità di chiedere una grazia. Ma camminare è anche un modo per incontrare gli altri: si incontrano diverse persone e ci si ritrova in una situazione in cui viene spontaneo raccontare quello che si ha dentro. La fatica del camminare contribuisce ad abbattere le difese del pellegrino e a indurlo a vivere solo ciò che è essenziale, e a volerlo condividere con gli altri. In un cammino non ci sono regole da rispettare né distanze da percorrere obbligatoriamente. Camminare in un pellegrinaggio non è questione di chilometri o velocità. Ognuno percorre la distanza che si sente di fare, perché il cammino lo si fa prima di tutto con se stessi e ciascuno sa quali sono i propri traguardi e i propri limiti.

Il tema del pellegrinaggio affonda le proprie radici anche nella storia del Santuario San Calogero che è affidato alle cure dei Guanelliani; sfogliandone gli Annali, si trovano moltissimi racconti di viaggi di fedeli accomunati dal desiderio di incontrare San Calogero per essere da lui condotti all’incontro con Dio. Ogni buon pellegrinaggio, breve o lungo, antico o moderno, non può prescindere da quattro momenti decisivi: partenza, cammino, arrivo, ritorno.

Anzitutto la partenza; ciascuno di noi iniziando il proprio pellegrinaggio parte dalla sua casa, dalla sua famiglia, dalla sua vita, dalla sua fede, portando con se luci e ombre, gioie e dolori, angosce e speranze, attese e ritorni, traguardi e delusioni. Tutti momenti, situazioni, volti, storie nelle quali vogliamo far entrare il Signore. La domanda che ci deve accompagnare nell’atto di partire è: Chi sono? Da dove vengo? - La seconda fase è quella del cammino; in genere è la più difficile perché costellata di imprevisti, indecisioni, stanchezze, tentazioni di tornare indietro o addirittura di deviare. Si tratta di chiederci con sincerità: Verso dove voglio andare? Dove voglio condurre la mia vita? - C’è, poi, l’arrivo al Santuario e l’incontro con il Santo: è un momento carico di emozione, fatto di gioia, di ringraziamento, di richieste, di pentimento, di propositi. Le domande lasciano il passo all’affidarsi nelle braccia del Padre dicendo: Mi abbandono in te o Signore, sia fatta la tua volontà! - Infine, c’è il ritornoalla nostra quotidianità che è il termometro del pellegrinaggio. Infatti, solo se ritornando ci si impegna in una preghiera più costante e in una partecipazione alla Messa e ai Sacramenti più assidua, se si ha una maggiore attenzione a chi è nel bisogno e chiede il nostro aiuto, se si vive con rinnovata speranza il dolore, la sofferenza e il lutto, si può dire di aver raggiunto l’obiettivo del pellegrinaggio.

Don Salvatore Apreda

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