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di don Mario Carrera

La vita - è stato scritto - non è altro che un gettar ponti: dal limbo del tempo alla riva dell'eternità, dalla spiaggia della fatica del vivere alla sponda della speranza.

Ogni volta che la liturgia mi porta nel cuore della fede cristiana - che è la celebrazione della Pasqua - questo evento straordinario e singolare della Resurrezione di Gesù cerca un appoggio nella mia vita e mi invita a perseverare, nonostante tutto, sulla strada dell'immortalità. 

Cristo, il Risorto, sta davanti a me e mi invita a non spegnere la luce del sogno divino che ha decretato la sconfitta definitiva della morte. Il grande ponte della radicale trasmigrazione è quello costruito, appunto, sulle macerie della morte e lanciato verso la terra promessa di una vita senza fine. 

Ogni domenica, nella professione di fede, confesso di essere un perenne mendicante di Dio che, con mani supplichevoli, aspetta il dono della Resurrezione della carne. Quella carne del Risorto è simile alla mia, Dio l'ha presa nel grembo di Maria a Nazareth e dopo l'esperienza glaciale del sepolcro, per mezzo della potenza dello Spirito, si è trasfigurata in carne immortale.

Ogni domenica nella mia professione di fede affermo di «aspettare la resurrezione della carne» e vedo, davanti al sepolcro, le donne di Gerusalemme piangere lacrime sconsolate sul corpo morto di Gesù; sento l'ansimare degli apostoli, che, avvisati dalla sconvolgente notizia, arrivano trafelati a constatare l'evento. «Gesù non è più qui, è risorto» avvertono due splendide creature angeliche.

Come un avvoltoio rimasto appeso ai fili dell'alta tensione, così la morte, questo antico rancore della natura, è rimasta definitivamente uccisa nel corpo risorto di Gesù.

Vivere in questa luce è costruire ponti su acque mai uguali, cangianti nella mutevole varietà del loro fluire, acque impetuose o calme, acque placide o travolgenti, benefiche o disastrose. Vivere alla luce del sepolcro vuoto è, dunque, costruire ponti con il canto della speranza nell'anima e la voglia di trovare, al di là del velo della morte fisica, la terra ferma, abitata dal dono messianico della pace perenne che Cristo dona ai suoi discepoli nella sera stessa della Pasqua. 

Il messaggio di Gesù, in prima battuta, non è un «vogliamoci bene», un «amatevi come fratelli», ma l'anima del messaggio cristiano è il fatto storico che Gesù ha patito, è morto ed è risorto. Da questo fatto, dal sepolcro svuotato dal frutto della morte, nasce l'impegno a vivere da fratelli e l'impulso a vivere l'esperienza quotidiana del «vogliamoci bene». 

In quella sera di Pasqua, sulle strade vicine a Gerusalemme, due discepoli tristi ritrovano la gioia e l'entusiasmo nel sentirsi «riscaldare il cuore» e nel riconoscere Gesù «allo spezzare del pane». Il mio spezzare il pane ogni domenica con i fratelli nasce da questa esperienza di resurrezione di cui Gesù, il nostro fratello maggiore, è stato protagonista e modello di ogni esistenza umana.

Per tutti una Buona Pasqua di Resurrezione! 

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