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di Mario Carrera

Nella tradizione religiosa ogni festività nasconde una scintilla di divino da regalarci. La festa della Presentazione di Gesù al tempio non è  solo una scintilla ma accende un arcobaleno di luce che lega in un’alleanza eterna il cielo con la terra. Dopo quaranta giorni dalla sua nascita, troviamo Gesù con i suoi genitori nel tempio di Gerusalemme. Ogni papà alla nascita del figlio primogenito aveva l’obbligo religioso di riconsegnare, simbolicamente, a Dio il dono ricevuto della vita che rendeva perpetua la continuità del nucleo familiare.

La festa della “presentazione” di Gesù al tempio, nuova luce dell’umanità, la tradizione l’ha chiamata “la candelora”. La suggestiva immagine di una spianata di luce ha rubato “l’anima” a questa luce. Il senso autentico di questa festa l’hanno scritto sulla lavagna della storia due vecchi, un uomo e una donna che pur con gli occhi velati dalla vecchiaia hanno visto in quel Bambino la Luce del mondo.

Simeone, sazio di anni, finalmente raggiunge l’obiettivo della sua vita: vedere il Messia atteso da secoli. Per questo ha potuto pregare: «O Signore, chiamami a te; i miei occhi hanno visto in questo fanciullo, il Messia, luminosa aurora attesa da secoli, così appagata la mia fede, ora posso abbandonare la vita su questa terra». Il mondo della luce, atteso dal tempo del patriarca Abramo, ha invaso il tempio di Gerusalemme, Gesù, come angelo della nuova alleanza, ha spalancato le porte di quel sontuoso edificio, spazio sacro che custodiva l’Arca dell’alleanza.  

L’arca era il cuore pulsante del tempio; era lo spazio “santo” per eccellenza, era la garanzia che Dio camminava con il suo popolo. L’arca, dal Monte Sinai in poi, ha accompagnato un popolo liberato dalla schiavitù, in marcia verso la Terra promessa.  Questa “cassa di legno”, aveva il coperchio coperto da lamine d’oro e custodiva i segni concreti degli interventi di Dio a favore di Israele.  Inoltre, essa conservava con grande rispetto le tavole delle legge, consegnate da Dio a Mosè sul Monte Sinai, un vasetto contenente un pezzo di manna e la verga fiorita con cui Dio aveva costituito Aronne capo delle tribù d’Israele. 

San Giuseppe era entrato ormai con cosciente responsabilità nel ruolo che Dio gli aveva assegnato per custodire e accompagnare suo Figlio. Da uomo religioso e innamorato della sua missione, Giuseppe adempie l’obbligo di “riscattare” il primogenito.  Il rito era un atto di profonda fede: si riconosceva a Dio la sorgente della vita. Il primogenito era la garanzia di sopravvivenza di una famiglia. Il credente era consapevole che il futuro appartiene a Dio e il genitore pagava un “riscatto” ipotecando la permanenza del nucleo familiare all’interno del popolo d’Israele. Gesù, il Messia presentato al Tempio, avrebbe stracciato la cambiale del “pignoramento” con il supremo atto di amore donando la sua stessa vita per la salvezza dell’umanità.

Mi sembra bello sottolineare che Giuseppe paga il pegno del riscatto con la tassa dei poveri: offre due innocenti colombelle.  Questo indica che Gesù entra nella vita sociale del suo popolo mettendosi in fila con i poveri. Questo legame con i poveri indica che nessuno è escluso dalla salvezza: tutti uomini e donne, santi e peccatori, ricchi e miseri, intelligenti ed ignoranti godono di questa solidarietà divina.

Il cammino da Betlemme a Gerusalemme era il primo dei tanti viaggi del piccolo Gesù con la sua famigliola. È stato un pellegrinaggio alla sorgente della fede nel luogo più sacro di ogni ebreo: il tempio, l’abitazione del Dio invisibile in un luogo visibile.

Il nuovo tempio si era incarnato in Gesù stesso. Quel pellegrinaggio accendeva l’orizzonte di una nuova era in cui il tempio non era luogo circoscritto da mura, ma nel cuore pulsante di Gesù, «immagine visibile del Dio invisibile».

Al termine del suo pellegrinaggio umano, quando Gesù esalò l’ultimo respiro, il “velo del tempio si squarciò” e Cristo Gesù divenne il fratello universale, il Dio in sembianze umane.

Il giorno della presentazione al Tempio Gesù ha portato nel Tempio del suo corpo tutte le nostre sofferenze e persino l’estremo atto eroico di amore che è la morte accettata come riscatto per tutte le nostre zavorre umane.   

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