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Canopi/Gennaio2011

Rievocare in età avanzata le esperienze e le impressioni avute nella prima infanzia può essere per tutti un modo di ricuperare un mondo apparentemente perduto e forse anche per ritrovare la chiave di lettura del proprio mondo interiore nel momento attuale. Non è però facile rievocare la propria infanzia “a voce alta”, ossia raccontarla ad altri. C’è una innata riservatezza, come un velo oltre il quale neppure noi possiamo spingere lo sguardo. Siamo pienamente conosciuti soltanto da Dio, poiché egli è l’Amore che ci ha creati e che ci sostiene in vita.

Io credo per comprendere

“Credo... che ce la farò”: ho risposto così al Direttore che mi ha chiesto di provare a scrivere a puntate una specie di spiegazione-commento al “Credo” che recitiamo ad ogni Messa. Esso formula in parole umane il nostro assenso di fede in Dio, in Gesù Cristo, nello Spirito Santo e nella Chiesa, in questa vita terrena che è anche tempo di preparazione ed attesa della vita eterna. E’ una fede che non andrà oltre la vita terrena. In quella eterna non “crederemo” più perché “vedremo”, e tutto sarà diverso, anche se nessuno può pretendere di immaginare come. Infatti “occhio umano mai ha visto, orecchio umano mai ha sentito, cuore umano mai ha potuto presagire quello che Dio ha preparato per coloro che lo amano” (I Cor. 2, 9)
Il verbo “credere”. Cominciamo dunque proprio dalla parola “credo”. La diciamo tante volte nelle nostre giornate: credo che pioverà…credo bene… credo che manchi poco all’arrivo del treno…credo di ricordare bene…credo che questo sia giusto. C’è anche un uso più personale del credere, che per esempio troviamo quando rivolti a una persona diciamo “ti credo”, riferendoci ad una cosa che ella ci ha comunicato…

 

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