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di Madre Anna Maria Cánopi osb

Iniziando le sue Catechesi sulla speranza cristiana, papa Francesco tratteggiava con poche parole il panorama del nostro tempo. Un tempo – diceva (e non si può che concordare) – che appare oscuro, «in cui a volte ci sentiamo smarriti davanti al male e alla violenza che ci circondano, davanti al dolore di tanti nostri fratelli. Ci sentiamo anche un po’ scoraggiati, perché ci troviamo impotenti e ci sembra che questo buio non debba mai finire» (7 dicembre 2016). Tuttavia, proseguendo affermava che quanto più i tempi sono oscuri e difficili, tanto più il cristiano è chiamato ad offrire la testimonianza di una «speranza viva», di una speranza che non vacilla neppure davanti alle più grandi tragedie. Come è possibile? Si può sperare contro ogni speranza perché – affermava il Papa – «Dio con il suo amore cammina con noi».

Questo messaggio di grande speranza percorre tutta la Bibbia, come stiamo vedendo, ma risuona con accenti di toccante tenerezza nel libro di Isaia, in particolare nella sua parte centrale, non a caso chiamata il Libro della consolazione (cc. 40-55).

Il popolo eletto si trova in terra d’esilio e vive in una situazione di profonda angoscia, perché è ben consapevole di aver infranto con la propria deplorevole condotta l’alleanza d’amore solennemente stretta con Dio. Israele è, in certo modo, come il figliol prodigo della parabola di Luca o come una sposa infedele. Teme, perciò, che su di lui incomba, implacabile, la giustizia divina e tutto legge in chiave di castigo, aggiungendo desolazione a desolazione.

Ma ecco l’inatteso. Dio, che avrebbe tutti i diritti di mostrarsi sdegnato e di abbandonare il suo popolo, interviene in tale situazione con una parola di speranza. E la parola di Dio non è vana: essa sempre si compie.

Tramite il profeta Isaia, il Signore fa sentire la sua voce:

«Consolate, consolate il mio popolo…» (Is 40,1).

Coloro che lo hanno oppresso devono tremare; coloro che si sentono potenti per la propria forza e diventano prepotenti sono destinati ad essere ridotti a polvere, perché nulla è l’uomo senza Dio.

«Ma tu, Israele, mio servo,

tu Giacobbe, che ho scelto…,

non temere,

perché io sono con te;

non smarrirti,

perché io sono il tuo Dio»

(Is 41,8-10).

E poco oltre, ancora soggiunge:

«Non temere,

perché io ti ho riscattato,

ti ho chiamato per nome:

tu mi appartieni.

Se dovrai attraversare le acque, sarò con te,

i fiumi non ti sommergeranno;

se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai,

la fiamma non ti potrà bruciare,

poiché io sono il Signore, tuo Dio…» (Is 43, 1-3).

Le acque tempestose, i fiumi in piena e le fiamme ardenti sono tutte le prove della vita: prove esteriori e prove interiori, che necessariamente, prima o poi, dobbiamo attraversare. Ma nulla ci potrà nuocere perché – dice il Signore a ciascuno di noi – «tu mi appartieni, io ti amo, io sono il tuo Salvatore. Tu sei prezioso ai miei occhi…». È così prezioso che Dio è disposto a pagare un caro prezzo per il suo prediletto Israele, pur di liberarlo da quella condizione di schiavitù: «Io do l’Egitto come prezzo per il tuo riscatto» (Is 43, 3). In realtà, ha dato ben di più: «Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1,18). A tanto è giunto: ha dato il suo proprio Figlio  per radunare tutti i figli dispersi nella sua casa e farne una vera famiglia dove regna un’unica legge, la legge dell’amore, che scaturisce dal cuore stesso di Dio che è Amore.

Tu mi appartieni, tu sei prezioso ai miei occhi… Basterebbe ricordarsi di queste parole, sentirle risuonare all’orecchio del cuore per inoltrarci in ogni nuova giornata con fiducia e con animo sereno, senza temere nulla, senza lasciarci prendere dall’angoscia o paralizzare dalla paura.

Bisogna, dunque, saper fermarsi per ascoltare, ascoltare per accogliere, ricordare e vivere quello che il Signore ci dice. Nell’ora della desolazione Israele – ognuno di noi, l’umanità intera – riceve da Dio una “parola” che è dono: «Io sono con te». Questo dono apre alla speranza, ma la speranza non è un vago sogno per il futuro, è un’energia di vita nuova per il presente; è un seme la cui crescita dipende anche da noi; è il lievito messo nella farina di oggi per un fragrante pane, per quel pane quotidiano che ci permette di camminare nella storia fino all’eternità.

Chiamandoci «figli», Dio ci fa dono di ciò che ha di più proprio e prezioso: il suo Nome. Bisogna, allora, diventare testimoni di questo Nome, bisogna che gli altri, al solo vederci, possano – come al tempo degli apostoli – chiamarci «cristiani» (cfr. At 11, 26).

Siamo stati scelti, chiamati per nome, colmati di grazia, continuamente siamo perdonati e ricolmati di misericordia senza limiti. Un dono così grande non può rimanere chiuso in noi stessi. Il bene si moltiplica donandolo. «Voi siete miei testimoni» (Is 43, 12), ci dice il Signore. Sì, siamo testimoni dell’amore che Dio ha per noi. La storia dell’umanità è questa «avventura» di amore di un Dio che cerca, attende i suoi figli, li accoglie e riaccoglie, senza stancarsi mai, anzi, infondendo in loro sempre nuovo coraggio: «Non temere, perché io sono con te».

Il Signore assicura il popolo in esilio che lo ricondurrà in patria, nella vera terra promessa; aprirà nuove strade, traccerà sentieri, colmerà i burroni, addirittura abbasserà i monti…, per non dire che, alla fine, se lo caricherà sulle sue spalle come un padre il suo bambino, affinché non venga meno per la sua debolezza. Ecco, veramente Gesù è venuto a cercarci in terra lontana, si è caricato di noi e dei nostri peccati, e ancora ci cerca perché siamo sempre un po’ in esilio, lontani da Dio e lontani da noi stessi, in una situazione di dispersione interiore, di smarrimento, di dubbio. Come i discepoli di Emmaus, avanziamo senza speranza. Egli, allora, si fa nostro compagno di cammino, ci fa ardere il cuore con la sua Parola e ci rafforza con il Pane della vita. Sono questi gli alimenti indispensabili per il pellegrinaggio terreno; senza di essi, lungo la strada ci verranno meno le forze; con essi potremo anche correre e farci carico dei nostri compagni di viaggio più deboli e più tentati di fermarsi. La Parola ci è data per illuminare i nostri passi, l’Eucaristia per sostenere il nostro vigore e dar gioia al nostro cuore.

Allora, come Maria e con Maria, potremo compiere il nostro pellegrinaggio nella fede, di tappa in tappa, obbedendo alla Parola che ci chiama, accettando la spada che ci trafigge il cuore, vivendo il Vangelo nell’umiltà del quotidiano, rimanendo saldi e oranti presso le tante croci ove ancor oggi molti innocenti sono sacrificati, raccogliendoci insieme in preghiera per essere una comunità di amore, e sempre, sempre cantando con fede il nostro Magnificat, anzi, inserendoci nel Magnificat di Maria che ci accompagna nel cammino, ci copre con il suo manto e brilla su di noi, come segno di sicura speranza. 

 

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