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di Madre Anna Maria Cánopi, osb

Perché? È una domanda che affiora sulle labbra dell’uomo dalla più tenera infanzia fino alla vecchiaia. È la domanda della ricerca stupita e appassionata davanti al mistero della vita ed è la domanda del cuore turbato di fronte ad eventi misteriosi e inspiegabili, spesso dolorosi e inattesi; è la domanda dell’intelligenza che si scopre piccola di fronte all’immensità dell’universo ed è la domanda della fede che si sente circondata dalle tenebre. È la domanda che dà dignità all’uomo, perché lo spinge oltre il visibile e il comprensibile, lo pungola ad andare oltre l’evidenza e la superficialità, gli fa sentire la propria inadeguatezza, ma non per mortificarlo, bensì per sollecitarlo ad un più ardente coraggio, ad una più totale consegna di sé al Mistero, a Dio.

Libro della vita, la Bibbia testimonia che tante volte questa domanda è sgorgata anche dal cuore dei nostri padri nella fede. La ritroviamo sulle labbra di Mosè in un momento cruciale della sua esistenza.

Come è noto, in un tempo di carestia gli ebrei erano scesi in Egitto e là si erano fermati, diventando schiavi del faraone che li sfruttava costringendoli con durezza a lavori forzati; nonostante questo, essi si moltiplicarono fino a diventare una presenza incombente che incuteva timore. Il faraone ordinò perciò che tutti i figli maschi venissero uccisi al loro nascere. È la prima strage degli innocenti, da cui si salvò, però, un “piccolo resto”: Mosè, piamente deposto dalla madre su un cestello lungo le acque del Nilo e compassionevolmente raccolto e allevato a corte dalla stessa figlia del faraone. Ma Mosè, pur essendo divenuto membro della famiglia regia, non considerò tesoro geloso la sua dignità, bensì, «per fede, divenuto adulto, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone… preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio» piuttosto che godere momentaneamente di ingiusti favori, mentre i suoi fratelli soffrivano (cfr. Eb 11,24-25). Ma neppure i suoi fratelli compresero che egli aveva cura di loro e tentarono di ucciderlo. Mosè aveva quarant’anni, quando, impaurito, fuggì dall’Egitto, privo delle ricchezze regali e privo del tesoro dei fratelli.

Forestiero in terra straniera, diventa pastore di un gregge non suo. Conduce una vita in apparenza tranquilla, lontana dalle insidie, ma il suo cuore è inquieto: ce lo svela il testo sacro quando dice che «condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio» (Es 3,1). Aveva ormai ottant’anni, eppure cercava un oltre. E Dio, che conosce le profondità dei cuori, ha un disegno anche per lui. 

Ecco, all’improvviso, un qualcosa di insolito attira l’attenzione – mai spenta – di Mosè. Davanti ai suoi occhi c’è un roveto. Ma non è uno dei tanti roveti che, con le loro spine pungenti, sembrano messi lì quasi a mostrare al vivo le spine nascoste del cuore. Questo roveto arde, una fiamma viva lo attraversa, eppure non brucia, non si consuma.

«Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”» (Es 3,3).

Mosè cerca di avvicinarsi a quel roveto misterioso. Dalle fiamme ode una voce che lo chiama e lo respinge ad un tempo: «Dio gridò a lui dal roveto: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”. 5Riprese: “Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!”» (Es 3,4-5). Poi soggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» (Es 3,6). 

Mosè allora si coprì il volto. Lui stesso percepisce che non può avvicinarsi ed ha paura di guardare verso quel roveto da cui pure è attratto e che lo attrae. Il volto coperto, Mosè si fa silenzio che ascolta.

Dio suscita in noi il desiderio di conoscerlo intimamente; Egli entra nella nostra vita in modi e momenti imprevedibili, così come è accaduto a Mosè. Anche quando ci sembra di essere già credenti, di conoscere già il Signore, ci può capitare, anzi, sempre prima o poi ci capita di accorgerci che non conosciamo veramente il Signore. Non ci basta più conoscerlo per sentito dire, abbiamo bisogno di fare un’esperienza esistenziale, intima, coinvolgente della sua presenza nella nostra vita. Abbiamo bisogno di conoscerlo con il suo nome, come il «nostro» Dio, il «mio» Dio che entra in relazione personale con ciascuno di noi. Abbiamo bisogno di sapere non soltanto che Egli è Colui che è, ma Chi Egli è per noi, per me. 

Quando avviene questo incontro, la nostra vita cambia. Egli, il totalmente Altro, il Trascendente, entra nella nostra realtà umana per fare comunione con noi, si compromette fino in fondo, si rivela con un nome, con una voce, con un volto, fino a rivelarsi in un Uomo, in una Persona divino-umana: Gesù, il Verbo Incarnato; ancora di più: in un pezzo di pane e in una goccia di vino.

Il roveto ardente – questa presenza bruciante di Dio – ci sta davanti tutte le volte che ci troviamo in situazioni per noi incomprensibili e che vorremmo capire, quando il mistero sovrasta la nostra logica umana e i ferrei ragionamenti non bastano a darci ragione di quanto accade nella vita nostra o altrui.

Il roveto ardente ci sta davanti e ci interroga, come ci interroga la vita e la storia; ma il roveto ardente può essere, anzi, deve diventare una realtà interiore, sia per quanto riguarda il nostro rapporto con Dio, sia per il nostro rapporto con il prossimo. Quante volte crediamo di sapere già tutto delle persone che ci vivono accanto, e invece le scopriamo diverse. Ogni persona è sempre un mistero. «Perché è così?». La domanda sorge, mentre una fiamma viva brilla. Il prossimo è sempre un roveto ardente davanti a noi. Noi sempre vorremmo da Dio e dal prossimo parole riassicuranti, esperienza secondo il nostro desiderio, invece ci giungono talvolta «parole» o «silenzi» inattesi, che ci mettono in crisi, che ci stupiscono.

Ma se ci copriamo il volto e ci mettiamo in umile silenzio, il roveto comincia ad ardere nel nostro cuore e divampa come fiamma della divina carità. 

È il mistero continuo dell’Incarnazione. Invece di venire a noi – peccatori – come il fuoco divoratore, Dio si fa piccolo, si fa bambino per noi, si fa carne in noi. Come la Vergine Maria con il suo sì accoglie il Verbo della vita nel suo grembo, così anche dentro di noi c’è questo Verbo, questo fuoco di amore, che non ci distrugge, non ci consuma, ma, anzi ci rigenera, ci purifica, ci fortifica, ci rende comunicatori di grazia e di vita, cooperatori del disegno salvifico di Dio.

E questo è un mistero ancora più grande del roveto ardente, è un dono, una vocazione divina che ci fa esclamare con Mosè: «Ma chi sono io?» (Es 3,11). E Dio risponde: «Io sono con te». 

A Te, il Santo,

pienezza dell’Essere

e fonte della vita,

con stupore e venerazione

si volge, orante, il nostro cuore:

infondi in noi il fuoco del tuo Spirito!

Custodisci viva in noi

l’inquieta domanda,

che ci spinga sempre oltre,

oltre nel desiderio di conoscerti

e di scoprirti presente in tutto e in tutti,

oltre nella carità,

oltre nel dono;

andremo allora

di stupore in stupore,

dal deserto del roveto ardente

alla santa Montagna

della tua gloria,

là dove saremo tutti Uno

nella fiamma del tuo Amore.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

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