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di Giovanni Cucci

Riconoscere la lezione della crisi, così come è stata delineata in queste riflessioni, richiede un cammino lento, doloroso, di purificazione del proprio io e dei criteri che si ritengono essere importanti circa la vita, se stessi, Dio, per rivestirsi dei sentimenti di Gesù (Fil 2,5). La fragilità, quando è riconosciuta ed accettata diventa luogo di incontro con il Signore, conoscendoLo intimamente. È sempre Paolo a riconoscerlo con stupore: «Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12,9-10).

Ciò che costituisce per Paolo motivo di vanto è proprio la “zavorra” che si vorrebbe eliminare, la fragilità: «Noi riteniamo che la debolezza, il limite, sia un ostacolo, che dovrebbe essere tolto, e lo credeva anche Paolo, e il Signore ci risponde che fa parte del suo disegno di amore e di salvezza. È la follia dell’amore estatico, di chi brucia d’amore e cerca con tutto se stesso di identificarsi a Gesù, di essere una sola cosa con lui, di conformarsi al suo cuore. Ovviamente questo amore estatico è un dono dello Spirito, è al di là di ogni calcolo umano, è un uscire da sé che non siamo capaci di realizzare; tuttavia è l’unico modo per entrare nelle piaghe di Cristo e nell’esperienza beatificante della Trinità» (Martini).

Questa trasformazione può essere favorita ravvivando il senso della vigilanza. Insieme alla fragilità riconciliata, un altro atteggiamento indispensabile per vivere in modo attivo la situazione di crisi è il senso dell’attesa, la preparazione all’incontro definitivo con il Signore che può giungere nel momento più imprevedibile. Si può riprendere a questo proposito il brano di Mt 24,43-51: «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà. Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha preposto ai suoi domestici con l'incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto? Beato quel servo che il padrone al suo ritorno troverà ad agire così! In verità vi dico: gli affiderà l’amministrazione di tutti i suoi beni. Ma se questo servo malvagio dicesse in cuor suo: Il mio padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi, arriverà il padrone quando il servo non se l'aspetta e nell'ora che non sa, lo punirà con rigore e gli infliggerà la sorte che gli ipocriti si meritano: e là sarà pianto e stridore di denti».

In questa parabola stupisce che la medesima realtà, la morte, venga indicata con due immagini che sono l’una l’opposto dell’altra, il ladro e il padrone di casa, come a dire che a secondo del tipo di rapporto coltivato con il Signore nel corso della vita, la morte può presentare un aspetto diverso, di nemico (il ladro) o familiare (il padrone di casa).

Quanto l’atteggiamento della vigilanza risulti fondamentale, non solo di fronte alla morte, ma per affrontare in generale i momenti di crisi, può essere illustrato da un episodio capitato a madre Teresa di Calcutta. Ella ricorda che una volta andò a trovare una persona anziana, la cui casa era completamente in disordine, e lui stesso appariva trasandato e senza cura. Ad un certo punto trovò una vecchia lampada e chiese perché non la usasse mai, al che l’anziano le rispose: “E per chi dovrei usarla se mi trovo qui da solo tutto il giorno?”. E Madre Teresa rispose: “Ma se io venissi a trovarla, lei la userebbe?”. E da quel giorno iniziò una frequentazione costante. Qualche tempo dopo madre Teresa si vide recapitare un biglietto anonimo: “Quella lampada, che grazie a lei ha illuminato la mia vita, è ancora accesa”.

Questo aneddoto può essere anche un commento alla parabola di Gesù: quando non si aspetta più nessuno nella vita, ci si lascia andare, o si diventa dei “bastonatori”, proprio come il servo della parabola: si diventa pieni di rancore, criticando tutto e tutti e smarrendo lo spirito di ringraziamento, fondamentale per la vita di fede per affrontare in maniera adeguata il momento della crisi. 

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