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La «Gaudium et Spes»

di Madre Anna Maria Canopi osb

L’atmosfera del mese di novembre si presta alla meditazione sul tema della morte e della vita eterna, cui la costituzione conciliare Gaudium et Spes – che ci ha accompagnati di mese in mese – dedica esplicitamente un paragrafo. Esso è non a caso collocato subito dopo il tema della libertà, quasi a voler dire: «O uomo, la tua dignità sta nella tua libertà di creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio. Mostrati degno della tua dignità! Usa bene della tua libertà». Quando la si usa bene? Quando, nelle scelte, non ci si limita ad un tornaconto immediato, non ci si ferma a ciò che piace o non piace, a ciò che è comodo o scomodo, secondo criteri e misure ristretti agli interessi individuali e alla vita presente, ma si considera il fine ultimo dell’esistenza e il bene di tutti.

 

«Ogni singolo uomo – si legge nel testo conciliare – dovrà rendere conto della propria vita davanti al tribunale di Dio, per tutto quel che avrà fatto di bene e di male» (GS 17).

È cosa di estrema importanza da non trascurare, ma viene proprio da chiedersi: chi ci pensa sul serio? Oggi specialmente, anche per il ritmo frenetico della vita cui si è sottoposti, molti agiscono vorticosamente, senza affatto meditare sulle «realtà ultime», poiché le «penultime» assorbono già tutta l’attenzione.

Tuttavia, se si considera con più profondità e sincerità questo comportamento, bisogna riconoscere che la causa di questa diffusa «distrazione» sta altrove ed è sintomo di una «malattia» spirituale più grave. Ce lo fa intuire il testo della Gaudium et spes che, dopo il breve cenno sul giudizio finale, pone una domanda più radicale, la domanda essenziale che tormenta l’uomo da sempre. Dopo la morte, che cosa ci attende? Una vita senza fine o il nulla? «In faccia alla morte l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine. L’uomo non è tormentato solo dalla sofferenza e dalla decadenza progressiva del corpo, ma anche, ed anzi, più ancora, dal timore di una distruzione definitiva» (GS 18).

La morte è sempre uno spettro capace di gettare la sua ombra nefasta su tutta l’esistenza; è come «un oceano notturno», diceva il beato Paolo VI, a tal punto spaventoso che la maggior parte degli uomini evita di pensarvi, poiché la sola intelligenza non riesce a darne ragione, a spiegarla, ad «addomesticarla», direbbe il Piccolo Principe di Saint-Exupéry. Tuttavia, là dove non giunge la ragione, arriva il cuore: «Ma l’istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l’idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona».

Il desiderio di una vita veramente viva, di una vita per sempre, che il cuore istintivamente sente e reclama – perché porta in sé un germe di eternità, porta incisa l’immagine di Dio – Gesù è venuto a colmarlo, riaprendo la via del Cielo. Solo nella luce della fede l’uomo può scoprire che il doloroso mistero della morte è inserito nel glorioso mistero della Passione-Morte e Risurrezione di Gesù: da qui sgorga la speranza che illumina la vita presente orientandola al suo destino eterno.

«Se qualsiasi immaginazione vien meno di fronte alla morte, la Chiesa invece, istruita dalla Rivelazione divina, afferma che l’uomo è stato creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini delle miserie terrene».

Non è certo un caso che la Liturgia, maestra di fede, proponga sia per la festa di Tutti i Santi (1 novembre) sia per la commemorazione dei fedeli defunti (2 novembre) il brano evangelico delle Beatitudini. La beatitudine eterna – pienezza di vita nella luce della verità e nell’intimità dell’Amore – non è un sogno o un’utopia, ma una realtà che ci è stata promessa e alla quale possiamo e dobbiamo pervenire: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1 Cor 2,9). Gesù stesso è Via alla Verità e alla Vita. Per noi, la vita eterna comincia, dunque, nel momento stesso in cui ci mettiamo alla sua sequela.

Il Paradiso incomincia già sulla terra, perché il regno di Dio è nascosto dentro di noi come un piccolo seme che deve germogliare e crescere senza misura, irrorato dalla misericordia di Dio e custodito dalla nostra vigilanza, giorno dopo giorno, instancabilmente.

Ecco, allora, l’insegnamento dell’apostolo Paolo che nelle sue Lettere ci educa a vivere positivamente il mistero della morte, affrontandola quotidianamente, accettandola come legge di natura e di grazia, per essere progressivamente spogliati di ciò che è transitorio ed essere trasformati in ciò che è immortale, che rimane per sempre.

Non bisogna, dunque, scoraggiarsi «se il nostro uomo esteriore si va disfacendo» (2 Cor 4), quanto piuttosto preoccuparsi che quello interiore si rinnovi di giorno in giorno e raggiunga la sua piena giovinezza.

Tutte le sofferenze, le fatiche, le tribolazioni della vita presente fanno parte di questo morire necessario per passare alla vita immortale; sono la nostra reale partecipazione alla Passione di Cristo, per diventare partecipi anche della sua risurrezione: «Il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria » (2 Cor 4,17). «Dio infatti ha chiamato e chiama l’uomo ad aderire a lui con tutto il suo essere, in una comunione perpetua con la incorruttibile vita divina. Questa vittoria l’ha conquistata il Cristo risorgendo alla vita, liberando l’uomo dalla morte mediante la sua morte» (GS 18).

Si fonda qui non solo la fede certa nella vita oltre la morte, nella risurrezione, ma, molto di più, la certezza di una vita di comunione con Dio e con tutti coloro che sono in Dio. È il consolante mistero della comunione dei santi: «Pertanto la fede – conclude il testo conciliare – dà una risposta alle ansietà dell’uomo circa la sorte futura; e al tempo stesso dà la possibilità di una comunione nel Cristo con i propri cari già strappati dalla morte», una comunione che ora si realizza attraverso la preghiera e che, dopo la morte, sarà piena, come pure svelata sarà la nostra visione di Dio.

La professione della nostra fede è questa. Questa può e deve essere la testimonianza della nostra vita aperta all’amore senza frontiere. è proprio questo uno degli aspetti più belli e commoventi del mistero della nostra fede: l’amore ci unisce e ci rende solidali gli uni verso gli altri non solo in questa vita, ma anche oltre la soglia della morte. Dio, che ci vuole felici tutti insieme nella sua eterna dimora, ci mobilita gli uni in favore degli altri – davvero come membra di un unico corpo mistico – per raggiungere la mèta beata.

In tal modo avviene che, nel momento in cui un defunto si presenta al giudizio particolare è come circondato da una folla di avvocati e di testimoni che interpongono la loro caritatevole intercessione, per ottenergli il perdono delle sue colpe e il condono totale o parziale della pena. Proprio questa carità, che Dio stesso suscita nel cuore dei credenti, è già una primizia della gioia del Paradiso sia per i defunti, sia per i vivi che pregano in loro suffragio. La morte stessa per chi crede e vive nella Chiesa diventa il supremo atto di amore, di consegna di sé, quale piccola goccia che entra nel grande mare della Vita o, come si esprimeva santa Geltrude nei suoi Esercizi, quale esile fiammella attirata nell’eterno splendore o ancora come corda del cuore aggiunta all’arpa del coro celeste che canta all’unisono e senza fine l’inno di grazie al Santo.

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