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La "Gaudium et Spes"

di Madre Anna Maria Cánopi, osb

 

Rileggendo la costituzione conciliare Gaudium et Spes, abbiamo finora incontrato i temi della dignità della persona, della libertà, della comunione, dell’attività umana. Come abbiamo potuto vedere, tutti evidenziano, sotto diversi aspetti, il dramma di un’umanità ferita dal peccato e interiormente divisa, che tanto nella povertà quanto nella ricchezza fa esperienza del proprio limite, ora rimanendone come schiacciata, ora ribellandosi, ora cercando di ignorarlo… La Chiesa, quale Corpo mistico di Cristo che rende attuale, oggi, il mistero della redenzione da Lui operata, non può non sentirsi fortemente interpellata dal grido di questa umanità che, consapevolmente o inconsapevolmente, invoca salvezza e cerca un senso alla sua esistenza. Per questo, prima di affrontare, nella seconda parte del documento, altri argomenti “urgenti” per la vita della società umana, i Padri conciliari hanno dedicato il IV capitolo ad una riflessione che può sintetizzarsi in queste domande: qual è la “missione” della Chiesa nel mondo contemporaneo? Vi è possibilità di dialogo tra Chiesa e mondo? E, se c’è, quale forma deve assumere per essere costruttivo?

L’interrogativo non è certo superfluo. Gesù stesso, infatti, ha dato ai “suoi” il “mandato”, ossia il “comando” di portare il Vangelo fino agli estremi confini della terra e di battezzare tutte le genti. Inoltre, egli stesso non solo ha prospettato loro le fatiche e le persecuzioni che avrebbero incontrato, ma li ha pure messi in guardia dal pericolo e dalla tentazione di comportarsi come il mondo, pur non essendo «del mondo» (cf. Gv 17). Fedele a questo insegnamento di Gesù, anche san Paolo nella sua Lettera ai Romani esortava accoratamente i cristiani a non conformarsi alla mentalità del mondo, ma a lasciarsi trasformare rinnovando il proprio modo di pensare, così da poter discernere la volontà di Dio e distinguere con retto giudizio, tra le tante e opposte “opinioni”, il vero dal falso, il bene dal male, ciò che è secondo Dio da ciò che non lo è. Fin dall’inizio l’evangelizzazione si presenta, dunque, molto ardua, eppure, sospinti dallo Spirito, i primi cristiani hanno affrontato con coraggio ogni sorta di rischio e di fatica, pur di annunziare il Vangelo, convinti che conoscendo e seguendo Gesù «Uomo perfetto, l’uomo diventa anch’egli più uomo» (GS IV). Il Nuovo Testamento parla dei cristiani, con suggestive immagini, come di luce del mondo, sale della terra, lievito nella pasta, seme che muore per fruttificare, stelle che brillano nel firmamento… Tutte queste definizioni fanno comprendere che la presenza cristiana nel mondo – quando è autentica –è sempre feconda, anche se talvolta è quasi impercettibile. I discepoli di Gesù – dice uno dei più antichi testi cristiani, come si può leggere a pagina 3 nel Confidenziale in questo numero della Rivista – all’apparenza «non si distinguono in nulla dagli altri uomini né per territorio, né per il modo di parlare, né per la foggia dei loro vestiti. Infatti non abitano in città particolari, non usano qualche strano linguaggio, e non adottano uno speciale modo di vivere…» (Lettera a Diogneto). Eppure c’è “qualcosa” in loro che li rende diversi. Essi – prosegue il testo – «si propongono una forma di vita meravigliosa e, come tutti hanno ammesso, incredibile. Abitano ognuno nella propria patria, ma come fossero stranieri; rispettano e adempiono tutti i doveri dei cittadini, e si sobbarcano tutti gli oneri come fossero stranieri; ogni regione straniera è la loro patria, eppure ogni patria per essi è terra straniera… Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Vivono sulla terra, ma hanno la loro cittadinanza in cielo». Ecco delineata la missione permanente della Chiesa e dei cristiani nel mondo: essere nella storia una presenza coinvolta nella vita degli uomini, ma non chiusa nell’orizzonte terreno, bensì protesa verso l’eternità, dove ha le sue vere radici e dove è la sua mèta. Infatti, là l’attende il suo Signore e, con Lui, la schiera degli angeli e dei fratelli maggiori, i santi, già pervenuti alla dimora eterna. Animati da questa tensione interiore, i cristiani con le loro stesse scelte di vita, con il primato da loro accordato ai valori spirituali e soprannaturali su quelli materiali e naturali, ricordano a tutti gli uomini che sono fatti per Dio e che il loro cuore è destinato a rimanere inquieto finché non si volge a Lui, per ritornare in patria dalla terra dell’esilio. Non bastano, infatti, le realtà terrene a colmare il desiderio del cuore umano; non bastano neppure le più prodigiose scoperte scientifiche o le più ardite invenzioni della tecnica. Ecco perché, mentre l’uomo d’oggi «procede sulla strada di un più pieno sviluppo della sua personalità e di una progressiva scoperta e affermazione dei propri diritti» (GS IV), la Chiesa «svela all’uomo il senso della sua propria esistenza, vale a dire la verità profonda sull’uomo» (Ibidem). Non possiamo ignorare che nella nostra epoca, tale compito – mai facile – incontra difficoltà inedite, perché i cristiani devono innanzitutto vigilare attentamente su se stessi, essendo fortemente e sottilmente insidiati da una mentalità mondana, persino diabolica, che tocca l’uomo proprio nelle sue profondità, dividendolo in se stesso, fino a fargli perdere la coscienza della propria identità, a danno suo e di tutti gli altri. Qui, dunque, si inserisce oggi l’urgente missione del cristiano. Ricordando che la sua patria è Cristo stesso, non deve avere nulla di più caro che conformarsi al Cristo, nulla anteponendo a Lui. Ed Egli, vero Dio e vero Uomo, gli fa nello stesso tempo volgere lo sguardo al Padre e ad ogni uomo riconosciuto come prossimo. Se, dunque, dopo oltre due millenni i cristiani continuano ad essere “stranieri” per il mondo, non lo sono, però, perché disprezzano il mondo o si oppongono ad esso, ma semplicemente perché con il dono di sé desiderano attirare tutta l’umanità a Colui che di tutti è la Vita, Cristo, affinché si compia il suo Regno di amore e di pace. Consapevole di questa missione, il cristiano si sente innanzitutto un pellegrino e concepisce la storia come un santo pellegrinaggio. Di qui deriva il suo impegno concreto per sostenere, soccorrere e aiutare i suoi compagni di cammino. «Perciò la Chiesa – si legge nella Gaudium et Spes – cammina insieme con l’umanità tutta e sperimenta insieme al mondo la medesima sorte terrena…»; con coraggio, «in forza del Vangelo affidatole, proclama i diritti umani» e si sforza di impiegare e trafficare tutti i suoi talenti a gloria di Dio e per il bene degli uomini. Inoltre, i fratelli con cui cammina sono anche per lei un dono, una presenza preziosa; da loro riceve i tesori presenti nelle varie culture, frammenti dell’unica Verità che accoglie con gratitudine e illumina con il Vangelo. Con loro dialoga per risolvere insieme i nuovi problemi che emergono in seguito alle scoperte scientifiche e tecniche o alle nuove visioni della vita proprie delle varie culture, soprattutto quelli legati al rispetto della dignità della persona. In tale delicatissimo ambito i cristiani possono offrire al mondo un aiuto non secondario con la riscoperta e la valorizzazione del silenzio, come dimensione interiore, come capacità di ascolto e di accoglienza. Una ricchezza per la società sono certamente quei laici che, legandosi spiritualmente a monasteri o a famiglie religiose, portano nel mondo la ricchezza di quella spiritualità e la forza della preghiera che attingono direttamente alle sorgenti con le loro periodiche soste in queste “oasi dello spirito”. Infatti «l’unione della famiglia umana viene molto rafforzata e completata dall’unità della famiglia dei figli di Dio, fondata sul Cristo» e sostenuta dalla sua preghiera: «Padre santo, custodiscili nel tuo Nome, perché siano una cosa sola… e il mondo creda».

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