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Del tempo con San Giuseppe

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Festa della Natività di Maria

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Confidenziale

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Un rischio necessario da giocare in famiglia, a scuola e in parrocchia

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Trasmissione Radio Vaticana con i testi di don Mario Carrera

di Giovanni Cucci

Vivere l’amicizia richiede anche la capacità di stare bene con se stessi, con il proprio mondo interiore, e di saper accettare la solitudine. La solitudine è la situazione caratteristica di ogni essere umano, ma il celibe la avverte in modo particolare come rinuncia al rapporto esclusivo con un’altra persona; è una prova che si deve attraversare per poter conoscere il mistero d’amore di Dio, che è «più intimo a me di me stesso» (Sant’Agostino): la persona religiosa è essenzialmente chiamata a stare da sola con il Signore, come nota il vangelo a proposito della chiamata degli apostoli da parte di Gesù, «Ne costituì dodici che stessero con lui» (Mc 3, 14).

La solitudine è un banco di prova indispensabile che saggia la solidità e la verità di un’amicizia: chi non sa stare bene con se stesso difficilmente potrà avere relazioni serene con altri. Accettare la propria solitudine è segno di maturità, di non essere succubi della dipendenza affettiva, ma capaci di intimità, di fedeltà e quindi di amicizia, accettando, qualora fosse necessario, di farsi da parte per il bene dell’altro. Il senso di solitudine accompagna d’altra parte anche la vita matrimoniale perché c’è un aspetto interiore, un vuoto che nessuno potrà colmare; questa impossibilità, qualora non venga accettata, può portare a investimenti illusori sull’altro, a pretese irrealizzabili ed al fallimento dell’unione. C’è sempre un fondo di sé che non riesce a condividere, un vuoto che non si può colmare, la relazione, anche la più riuscita, non potrà mai essere fusione simbiotica con l’altro: «È una idea illusoria della vita emotiva che due metà, due parti, formino un intero […]. Mai due vasi rotti diventano sani col fatto di stare uno accanto all’altro, in coppia. Il presupposto del buon legame amoroso è che l’accoppiamento non sia di due “metà”, ma di due interi» (Todisco).

L’esperienza della solitudine, con la sua sofferenza, mostra la nostra situazione esistenziale di povertà, di incapacità a colmare il cuore vuoto; la sofferenza che essa comporta, se riconosciuta e accolta come un elemento caratteristico di creaturalità e non come una maledizione, può anch’essa costituire un segno importante della qualità della relazione che si sta costruendo, non facendo dell’amico un idolo, un assoluto affettivo: nessun amico potrà colmare quel deserto. Tale riconoscimento è d’altronde importante anche nella relazione con il Signore, perché si è giunti a riconoscere che senza di lui la vita diventa insopportabile e senza senso. La dimensione essenziale che ogni uomo sperimenta nella solitudine è dunque segno di un’intimità che va custodita e rispettata: il nostro animo non è uno specchio trasparente che tutti possono leggere, ma custodisce un segreto che spesso neppure noi conosciamo: «La più profonda verità su noi stessi è che non siamo soli. Nel punto più profondo del mio essere c’è Dio, che mi dona l’abbondanza della vita […]. Se riusciamo a entrare in questo deserto e a incontrarvi Dio, diverremo liberi di amare disinteressatamente, liberamente, senza dominare o plagiare. Saremo in grado di vedere gli altri non come una soluzione alle nostre esigenze o una risposta alla solitudine che ci tormenta, ma soltanto per gioire della loro presenza» (Radcliffe).

Voler eliminare a tutti i costi la solitudine significherebbe sacrificare questa dimensione fondamentale dello spirito. Sappiamo quanto invece sia importante il non detto nelle relazioni, quegli elementi non costituiti di parole e che tuttavia passano all’altro forse in modo ancora più forte delle parole; qualche volta esso potrà anche trovare una espressione verbale, ma mai completamente, rimane un fondo di “silenzio” che è il cuore della relazione, il riconoscimento del mistero vicendevole, che va rispettato come tale. È importante vagliare e decidere cosa dire e non dire all’amico, come per il dono, la parola va preparata accuratamente: la sbrigatività non è il criterio della trasparenza amicale. La comunicazione è autentica quando nasce dal silenzio e sa rispettare il silenzio, il mistero inesprimibile che ci costituisce: «Silenzio e parola sono parti inseparabili della comunicazione. All’interno del dialogo il fatto di tacere è altrettanto significativo quanto quello di parlare. Come il silenzio si oppone al mutismo, così la parola si oppone a tutte le forme di eccesso di parole che impediscono anch’esse il dialogo. Ogni parola proviene dal silenzio e vi fa ritorno. Ludwig Wittgenstein in uno dei suoi aforismi enigmatici aveva già detto: “Quando non ci si studia di esprimere l'inesprimibile, allora niente va perduto. Ma l'inesprimibile è - ineffabilmente - contenuto in ciò che si è espresso”. L’autore introduce così il silenzio nel contenuto stesso della parola» (Kolvenbach).   

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