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Leggendo «Querida Amazonia»

di Gabriele Cantaluppi

In questi mesi, dalla celebrazione del Sinodo dei Vescovi sull’Amazzonia dell’ottobre scorso, il celibato sacerdotale ha spopolato sui web, sulla stampa e nei discorsi. Ma quanti hanno saputo documentarsi, prima di allinearsi alle opinioni di tanti “bar dello sport”?

Pochi sanno che la vita celibe è richiesta ai sacerdoti di rito latino, ma non lo è per la maggior parte di quelli che, pur appartenendo alla Chiesa Cattolica, professano altri riti liturgici. Oltre alla nostra di rito latino (o romano), la Chiesa cattolica comprende altre ventuno Chiese con diritto proprio, in massima parte di rito orientale e ben diciannove di esse prevedono l’ordinazione di uomini sposati, la maggior parte dei quali appartiene al clero parrocchiale, talvolta molto numeroso. 

Però anche nella Chiesa latina ci sono eccezioni. Fin dai tempi di Pio XII la dispensa è stata accordata ai ministri convertiti al cattolicesimo da altre Chiese, e un caso recente si è avuto con Benedetto XVI nel 2009 con la Costituzione Apostolica Anglicanorum coetibus, per l’ammissione di sacerdoti prevenienti dall’anglicanesimo. La legge celibataria infatti - essendo una norma ecclesiastica e non di diritto divino - è dispensabile dal papa. Il Decreto Conciliare sul ministero sacerdotale  Presbyterorum ordinis, al paragrafo 16, richiama «alla tradizione delle Chiese orientali, nelle quali, oltre a coloro che assieme a tutti i vescovi scelgono con l'aiuto della grazia il celibato, vi sono anche degli eccellenti presbiteri coniugati», aggiungendo che la Chiesa Cattolica «nel raccomandare il celibato ecclesiastico, non intende tuttavia mutare quella disciplina diversa che è legittimamente in vigore nelle Chiese orientali, anzi esorta amorevolmente tutti coloro che hanno ricevuto il presbiterato quando erano nello stato matrimoniale a perseverare nella santa vocazione, continuando a dedicare pienamente e con generosità la propria vita per il gregge loro affidato».

Un’affermazione, spesso lasciata in ombra, è che il celibato in se stesso non è un valore e non ha senso difenderlo in quanto tale, ma lo acquista dalla motivazione per cui viene scelto, che per il cristiano è “per il Regno di Dio”.  

Così che anche molti laici scelgono questo stato di vita, pur senza accedere agli Ordini sacri. Questa qualifica sistematicamente scompare, sui giornali e sui media, ogni volta che si parla del celibato sacerdotale. In tal modo, trascurando la qualifica, si perde di vista proprio ciò di cui il celibato vuole essere manifestazione.

Anche per questo nel secolo scorso sono sorti gli Istituti Secolari, i cui membri, laici o chierici, si consacrano a Dio attraverso la pubblica professione dei consigli evangelici (voti di povertà, obbedienza e castità), pur vivendo nel mondo, ognuno per conto proprio, e svolgendo la loro attività lavorativa. Hanno una loro regola, una loro spiritualità e si aiutano spiritualmente l’un l’altro.

Il Concilio Vaticano II, nel Decreto sull’apostolato dei laici Apostolicam Actuositatem, del 18 novembre 1965, ha sancito la piena validità di queste modalità di consacrazione.

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