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di Eraldo Affinati

Essere presenti là dove siamo: sembra banale, quasi un ossimoro, eppure oggi bisogna conquistare tale centralità. Dal momento che abbiamo innumerevoli possibilità informative, rischiamo di perdere di vista la posizione in cui gli altri ci vedono. Tenere le radici ben salde potrebbe aiutarci a superare la frammentazione, uno dei peggiori mali contemporanei. Vivere a compartimenti stagni, da una parte il lavoro, dall’altra lo svago, qua i figli, là gli amici, dentro di noi i sogni, fuori di noi quella che Pavese definiva “la rugosa realtà”: credo sia questa la palude in cui stiamo sprofondando.

A pensarci bene, quando don Lorenzo Milani, già nella canonica di San Donato a Calenzano, quindi prima di Barbiana, si scagliò contro la cosiddetta “ricreazione”, presagiva lo stato in cui noi viviamo. Se assegniamo al momento del divertimento un apposito spazio temporale, di fatto separiamo la scuola dalla vita, lasciando presumere che studiare è triste e faticoso, mentre non farlo è bello e piacevole. Questo credeva Pinocchio, pronto a vendere l’Abbecedario per pagarsi il biglietto d’ingresso allo spettacolo di Mangiafuoco.

Noi non dobbiamo commettere il suo stesso errore. Dovremmo concepire l’istruzione come il nucleo primario dell’esistenza: se siamo stanchi ci fermiano, senza dover istituzionalizzare la pausa; altrimenti anche il momento dello studio diventerà di per sé pesante e impegnativo, un carico da evitare e non una scelta appassionata e positiva.

La frammentazione è legata all’esecuzione di un mansionario: sentirsi a posto in quanto abbiamo sbrigato la pratica. Come se fosse sufficiente aver eseguito gli ordini per sentirsi protetti, inattaccabili. è la parcellizzazione dell’esistenza divisa in tanti compiti contigui. La nevrosi del modulo da riempire, del bilancio da compilare, una sorta d’isteria precettistica. Di fatto una rischiosa scorciatoia perché prima o poi il conflitto che c’illudiamo di aver disinnescato nella struttura burocratica tornerà a presentarsi sotto mentite spoglie chiamandoci al rendiconto ineludibile.

In realtà la vera esperienza etica scatta nell’assunzione di una responsabilità molto più ampia: quella di chi si prende in carico lo sguardo altrui. Ecco perché insegnare significa fare sul serio, impegnando tutto se stesso e non soltanto una parte remota o specialistica. Se il coinvolgimento diventa totale, nell’autenticità dell’educatore appassionato, i ragazzi lo percepiscono e sono pronti a seguirlo. Il docente dovrà fare bene i conti con la propria dimensione interiore superando gli ostacoli che possono frenare o inaridire la sua azione: primo fra tutti, la schiavitù del risultato.

Per andare oltre la frammentazione bisogna avere fede in ciò che stiamo facendo, senza illuderci di poter trovare il riscontro là dove esercitiamo il massimo dello sforzo. Al contrario, dobbiamo sapere che molte delle nostre energie andranno perse, saranno simili a lance spezzate. Questa consapevolezza non deve bloccarci. Assumere il peso dei contesti nei quali operiamo dovrebbe farci capire che gli effetti della nostra pratica non saranno sempre visibili, spesso resteranno nascosti, oppure prenderanno forme imprevedibili. Magari la persona alla quale credevi di aver fatto del bene ti si rivolterà contro e quella che non consideravi, ti ringrazierà. Tu lanci il boomerang, poi questo ritorna, anche se non sai quando, in quale maniera e dove.

è come se fossimo tutti collegati gli uni agli altri senza conoscere la legge che governa i casi. Dobbiamo affidarci alla catena dei nessi nella speranza che questi possano avere un senso ultimo e definitivo. Comunque sia, non potremo entrare nella stanza dei bottoni, anche se ogni volta che guardiamo davvero l’adolescente di fronte a noi abbiamo la sensazione di poter incidere in modo indelebile nella sua formazione. è questa la grande responsabilità dell’educatore: essere cosciente di avere la possibilità di orientare il futuro degli scolari che gli sono stati affidati.

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