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di Ottavio De Bertolis

Tutti Conosciamo le Litanie del Sacro Cuore: approvate da Papa Leone XIII nel 1899, sono un modo semplice e profondo di invocare il Cuore di Gesù, contemplato sotto varie aspetti e in diverse figure. Con oggi, iniziamo a proporre ai nostre lettori qualche riflessione sulle singole litanie, perché più facilmente possano sentire e gustare la profondità delle Scritture ivi racchiusa e in qualche modo concentrata. Iniziamo quindi dalla prima.

Questa espressione ci rinvia a molti luoghi della Scrittura. In particolare possiamo prendere Gv 17, 26: «Io ho fatto conoscere loro il tuo nome, e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi, e io in loro». Così Gesù stesso ci insegna quel che Paolo chiamerà il mistero dell’adozione a figli, centro e vertice di tutta la Redenzione, suo significato più profondo: infatti non siamo più servi di Dio, ma figli. Il Cuore di Gesù ci dona infatti quel che noi non abbiamo per natura, ma quel che Lui solo possiede, cioè quel rapporto o relazione con il Padre. Questo significa che il nostro rapporto con Dio non è quello che ognuno di noi ha con il proprio padre secondo la carne, ma moltiplicato all’infinito: infatti il padre è il principio del dovere, della legge, e quindi della sanzione. Il padre, in altri termini, è il principio dell’autorità; è necessario che, nella nostra vita di figli, nasciamo consapevoli di questo, e tuttavia è anche necessario che, divenendo adulti, facciamo nostri i precetti o la legge, interiorizzandoli, di modo che non ubbidiamo più per timore o paura, ma perché conosciamo e condividiamo i valori che ci vengono proposti.

In questo senso Paolo osserva che la legge è per noi come un pedagogo: è necessario che ci sia, ma noi, quando diveniamo adulti, non siamo più sotto un pedagogo o un potere, ma, per così dire, camminiamo da soli, nella libertà e non nella schiavitù. Ancora, Giovanni dice che la legge è stata data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità ci sono state date per mezzo di Gesù Cristo. Quando invochiamo il Cuore di Cristo come Figlio dell’eterno Padre chiediamo appunto di non vivere con Dio un rapporto di schiavitù o di obbedienza da servi, ma in un rapporto pieno di fiducia per il quale sappiamo che Lui, Iddio stesso, ci ha amato per primo. Ecco appunto il Nome nuovo di Dio che Gesù ci rivela, che ci fa conoscere e ci farà conoscere ancora, cioè ancora di più. Ricorderete che Paolo insegna che non abbiamo ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma uno spirito da figli per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre, cioè: papà.

Ecco il Nome nuovo.

Così, il padre è il principio dell’autorità e del comando, come dicevamo, e dunque del divieto: non a caso i comandamenti, la legge di Mosè, sono tutti un “non” fare questo o quello. Ma Gesù non ci ha dato una legge, ma l’amore, e in tal modo ci ha insegnato non a ubbidire ad una legge esterna, ma ad amare mossi dallo Spirito Santo, che è il suo stesso Spirito.

Così l’amore di Dio è effuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato: questo è, insieme, l’amore di Dio ha per il Figlio suo, che ci è dato, di modo che noi siamo così amati dal Padre con lo stesso amore con il quale Lui ama il Figlio suo eterno, e, al tempo stesso, ci è dato l’amore con il quale il Figlio riama il Padre suo, offrendogli se stesso, di modo che non siamo più noi a vivere, ma Cristo vive in noi. Per questo Gesù ci dice «ascendo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro», non per separarci o distinguerci da Lui, ma, al contrario, per unirci a Lui nello stesso rapporto. Invocare così  il Cuore di Cristo significa chiedergli dunque di farci figli come Lui è figlio, scegliendo e desiderando per noi quel che Lui per sé ha scelto e desiderato, per vivere come Lui. Per questo gli offriamo la nostra giornata: per riempire, per così dire, di Lui, del suo Spirito le nostre preghiere, azioni, gioie e sofferenze.

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