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di Franco Cardini

Da Gerusalemme a Gerico la strada è ripida, tortuosa, su un paesaggio di rocce aride che solo verso il fondovalle del Giordano si copre d'un oasi lussureggiante. Da Gerusalemme, 755 metri sul livello del mare, si scende al livello del Mar Morto, 400 metri sotto rispetto ai liberi mari della terra.

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico. L'ho fatto spesso, quel cammino durante il quale non si può non pensare a Gesù. Nel luglio del 1987, l'autista del taxi sul quale viaggiavo era un giovane palestinese che mi confidava la sua amarezza: «Gli Americani e gli Europei pensano che siamo tutti terroristi – mi diceva –; ma noi vorremmo soltanto vivere e lavorare nella nostra terra come tutti gli altri». Sulla strada, a un certo punto, un gatto morto, schiacciato da un'auto. «Mishkin biss», ha mormorato il mio autista: «povero gatto», in arabo; e ha leggermente deviato le ruote del suo taxi per non martoriare ancora il corpo della bestiola. Poche centinaia di metri prima, eravamo passati dinanzi alle rovine d'un vecchio caravanserraglio, il «Khan el Hathrour», dove la tradizione situa l'albergo del Buon Samaritano.

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico. Quando s'insegnava a leggere la Scrittura secondo i «quattro sensi» (il letterale, l'allegorico, il morale e l'analogico), la discesa dalla Città Santa alla vecchia città pagana presso il lago d'asfalto e di bitume veniva presentata come l'allegoria dello scendere in basso dell'uomo: dalla grazia di Dio al peccato, per l'anima; dalla giovinezza e dalla salute alla vecchiaia e alla malattia, per il corpo.

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico. Tutti scendiamo, lentamente, lungo la china di quella strada. Qualcuno di noi, più fortunato, non si accorge nemmeno di scendere; e lungo la via gli capita di trovare qualche sconosciuto ch'è invece incappato nei briganti che l'hanno ferito e spogliato. A ogni curva della vita c'è sempre un brigante in agguato: la prova, la sfortuna, il rovescio inatteso, il dolore, lo sconforto possono aggredire chiunque, in qualunque ora.

Lo sguardo altrove

Molti di noi però – sani, forti, ricchi o comunque tranquilli per quel che riguarda il loro presente e il loro futuro almeno immediato – si comportano come iI sacerdote e il levita: torcono altrove lo sguardo, chiudono le orecchie ai lamenti del disgraziato e tirano di lungo. C'è sempre una giustificazione, per questo: lo aiuterei volentieri, ma in questo momento non mi è possibile; mi fermerei, ma ho fretta; e poi, perché dovrebbe spettare proprio a me fermarmi per soccorrerlo? E, infine, se si trova così, forse, se l'è andata a cercare.

In questi modi il nostro egoismo e la nostra ipocrisia finiscono col portarci fino alla tentazione estrema: ci mettiamo al posto di Dio, lo giudichiamo per quel che potrebbe aver fatto e concludiamo che gli sta bene, che se l'è meritato. Quante volte nella vita, dinanzi a chi viene vinto, a chi cade, a chi si rivela più debole, abbiamo cercato l’alibi dell'indagine sulle sue vere o presunte colpe per poter più liberamente passare – almeno nello spirito, se non con i fatti – dalla parte dei più forti, dei vincitori? Quante volte abbiamo finto di credere che le vittime fossero carnefici, per evitar di doverle compiangere e di sentirsi corresponsabili della violenza fatta ai loro danni? E quante volte abbiamo accettato di chiamar «giustizia» la violenza solo per nascondere a noi stessi e agli altri le nostre paure?

Per fortuna, i Samaritani ci fanno spesso lezione di vita. Sono sovente i poveri, gli umili, quelli ai quali non badiamo, che hanno invece conservate intatte le doti di umanità che noi abbiamo imparato a lasciar perdere o a nascondere perché intralciano la nostra carriera o perché c'impediscono di vivere tranquillamente.

Gesù racconta questa parabola a un dottore della legge israelitica, per insegnargli chi sia il prossimo. È una parabola desueta e addirittura ridicolizzata, questa. In tempi di trionfante individualismo, molti proclamano che del «prossimo» non ci si deve curare. Eppure, questa volgare ripulsa dell'insegnamento evangelico deve forse preoccupare poco il cristiano? V'è qualcosa di peggio: ed è quando si sente dire che la categoria del «prossimo», ormai, non basta più. Non ci si può limitare a un amore e a un soccorso «casuali» e «di breve raggio». Mentre c'è tutta l'umanità da difendere, da aiutare a risollevarsi, da riscattare. Magari da rivendicare.

Ecco: io credo che il cristiano debba diffidare anzitutto di qualunque forma di umanitarismo e di filantropia. Che l'amore per il prossimo non sia sufficiente in quanto si deve amare tutta l'umanità e che la carità non basti più in quanto bisogna tendere alla giustizia, è una squallida e pericolosa menzogna messa in giro da quanti intendono ridurre il cristianesimo a un messaggio sociale per poterlo poi meglio soppiantare con la scusa di messaggi sociali migliori e più pratici.

Negli ultimi due secoli, i peggiori criminali contro il genere umano, da Robespierre a Stalin, sono stati proprio – e non certo per caso ­– gente che proclamava di esser piena d'amore per tutta l’umanità.

Oggi a ogni angolo di strada qualcuno ci chiede solidarietà per gli affamati e gli oppressi di paesi lontani dei quali non sappiamo quasi niente: guai a negarla, guai a respingere chiunque domandi, guai a fare il processo alle intenzioni di chi domanda. 

Frettolosi e miopi

Ma attenzione anche a non cedere alla superbia e all’ipocrisia che potrebbero spingere a dimenticarci del vicino (il «prossimo», appunto) che soffre in quanto siamo troppo affaccendati a salvare il mondo intero. Quanti generosi cavalieri della giustizia, che citano a ogni pie sospinto, ieri, il Biafra o oggi il Nicaragua e che sembrano sempre in procinto di partire in crociata per la liberazione del Sudafrica, restano poi insensibili dinanzi al mendicante sotto casa, o sentenziano che non bisogna far l'elemosina agli zingari, perché l'elemosina «non serve a niente» e gli zingari «sono dei ladri», oppure non si degnano di spendere dieci minuti del loro tempo prezioso per visitare la vecchietta del piano di sotto ch'è sola e semiparalizzata? Ma l'esperienza di ogni giorno e la storia c'insegnano che in realtà chi non sa far la carità non ha neppure vero interesse per la giustizia, e che chi non ama il prossimo non può che disprezzare l'umanità. Certo, le dichiarazioni ardenti d'amore per gente lontana e di compartecipazione a sofferenze che non si vedono sono un alibi comodo: esimono dai piccoli atti d'amore nel momento stesso in cui si può esser certi che l'occasione di farne di grandi non ci verrà mai data.

Gesù narrava la parabola del Samaritano mentre, dalla Galilea, stava dirigendosi a Gerusalemme dove sarebbe giunto – secondo la cronologia di solito accettata – per la Pasqua del 30 d.C. Non illudiamoci che il suo insegnamento si limitasse al concetto di prossimo. Esso era più profondo e ancor più coinvolgente.

La domanda del dottore della Legge, chi sia il prossimo, è causata dalla menzione di due passi del Vecchio Testamento: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza» (Deuteronomio, 6,5) e «Il prossimo tuo come te stesso» (Levitico, 19,18).

La legge di Mosè dà naturalmente una connotazione restrittiva, ma anche profondamente solidaristica, di «prossimo». Il prossimo è la gente del medesimo popolo d'Israele, quella che condivide lo spazio dell'accampamento, quella della tenda vicina, quella dello stesso sangue o di sangue affine. Il cristianesimo ha esteso a tutti gli uomini il dovere dell'amore. Ma ha mantenuto la limitazione mosaica. Se Dio è da amarsi con tutte le nostre forze, il prossimo si deve amare solo come è giusto e legittimo amare se stessi: e sappiamo che l'amore per se stessi non dev'essere né assoluto, né primario. Tale connotato spetta solo a quell'amore che dobbiamo a Dio.

Anche questa è una verità difficile ad accettarsi da noi cristiani moderni che spesso – anche indipendentemente dalle sollecitazioni esterne – siamo propensi a considerare il cristianesimo una sorta di ideologia umanitario‑sociale anziché quel che è, una religione calata nella storia e fondata sulla Rivelazione e sulla trascendenza di Dio rispetto all'uomo.

Figlio, forse ribelle, ma certo legittimo dell'ebraismo, il cristianesimo pone Dio – e non l'uomo, né la natura, né altre cose – al centro della sua meditazione. Nessuna creatura può prendere il posto del Creatore; nessun essere può essere amato quanto e più di Dio, e tutti gli esseri vanno amati (a cominciare da se stessi) attraverso Dio e in quanto immagini di Dio. Se perdiamo questa dimensione metafisica e metastorica, non facciamoci illusioni: anche la nostra bontà, il nostro altruismo, fondati soltanto sulla «storia» e sulla «natura», svaniranno alla prima occasione. Come è accaduto per tante ideologie umanitarie, magari accettate onestamente e in buona fede dai loro seguaci, e che nonostante ciò hanno dato luogo a sistemi sociali e politici basati sull'oppressione e sulla violenza. A chi ci prospetta il paradiso in terra esortandoci a lottare per la giustizia, bisogna rispondere che Dio solo è il Signore della Giustizia; all'uomo restano i gesti umili e quotidiani della carità. Che poi è il solo mezzo reale e concreto per migliorare davvero il mondo.  

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